Funakoshi e il kyūsho

Il termine kyūsho / 急所 significa “punto di pressione”, ne consegue che il kyūsho-jutsu / 急所術 è l’arte di colpire e manipolare i punti di pressione presenti nel corpo umano al fine di provocare determinate reazioni. Nella lingua cinese ci si riferisce allo stesso concetto usando i termini dim mak / 點脈 o in alternativa diǎnxué / 點穴.

Ovviamente dal punto di vista marziale, le reazioni che vogliamo provocare con la manipolazione dei punti di pressione possono variare dalla semplice stimolazione dolorosa (in modo da indurre, ad esempio, riflessi di ritrazione da dolore e sfruttarli a nostro vantaggio), fino a provocare danni fisici molto seri.

In questo articolo non mi addentrerò nella teoria che sta alla base della Medicina Tradizione Cinese (i 5 elementi, legge di generazione, legge di dominazione, ecc), ma cercheremo di dare un’occhiata e capire se Gichin Funakoshi avesse o meno consapevolezza dei punti di pressione. E per farlo partiamo da una foto.

Gichin Funakoshi all’età di circa 80 anni.

Innanzitutto notiamo l’uso del nakadaka-ken (tuttora praticato all’interno della scuola Shōtōkai) come arma anatomica privilegiata per colpire un punto preciso: Intestino Tenue 18. Con la mano sinistra Funakoshi afferra il polso destro dell’attaccante, in una posizione tale per cui il pollice di Gichin preme su un altro punto ben specifico: Cuore 5. I meridiani del Cuore e dell’Intestino Tenue sono considerati una coppia yin/yang (organi/visceri) nella MTC: attaccare entrambi questi meridiani contemporaneamente equivale a cortocircuitare i canali positivi e negativi del corpo.

Ma come si suol dire, “una rondine non fa primavera”. Andiamo quindi a dare un’occhiata al libretto tecnico per eccellenza che Funakoshi Sensei pubblicò nel 1935: Karate-Dō Kyōhan. Sfogliando la sezione del kumite, scopriamo subito che Funakoshi fa un uso quasi sistematico dei punti di pressione, citandoli col loro “nome e cognome”: Funakoshi esprime cioè i punti da colpire usando la terminologia specifica del kyūsho. Ecco alcuni esempi.

Funakoshi indica di colpire con una gomitata (臂 / hiji) il punto 水月 / Suigetsu.
Funakoshi indica di colpire col piede sinistro il punto 明星 / Myōjō.

Per finire, un grande classico che compare tantissime volte nel libro.

In tante applicazioni di kumite Funakoshi indica di colpire il punto 人中 / Jinchū.

Nella parte conclusiva di Karate-Dō Kyōhan, Funakoshi dedica un intero capitolo ai punti di pressione, elencandone 40 (suddivisi in 30 per la parte frontale del corpo e 10 per la parte posteriore) con una brevissima spiegazione per ognuno di loro. Nella fattispecie, per ogni punto indica dove è collocato, la parte anatomica di riferimento e le possibili conseguenze dovute alla sua pressione/sollecitazione.

A parte il punto 人中, risulta molto interessante notare come Funakoshi usi la terminologia tipica del jūjutsu Giapponese, e non della MTC. In relazione ai tre punti mostrati, riporto la loro scrittura con entrambe le modalità, assieme ai rispettivi riferimenti anatomici:

Nome meridianoMTCJūjutsu
(Funakoshi)
Rif. anatomico
Vaso Governatore 26
(GV 26)
人中
(Rén zhōng)
人中
(Jinchū)
(Centro dell’Uomo)
Prolabio
Vaso Concezione 14
(CV 14)
巨阙
(Jù quē)
水月
(Suigetsu)
(Acqua-Luna)
Plesso solare
Vaso Concezione 4
(CV 4)
关元
(Guān yuán)
明星
(Myōjō)
(Stella brillante)
Basso addome, area
innervata dal nervo
cutaneo anteriore
Funakoshi indica i punti di pressione usando la terminologia del jūjutsu Giapponese
柔術教科書 / Jūjutsu kyōkasho (Manuale di Jūjutsu), scritto da Yoshinari Iguchi, 1912. La figura mostra i punti di pressione (più comuni) nella parte frontale del corpo umano (當身正面の圖 ). Ho evidenziato i tre punti già citati da Funakoshi, a controprova che il maestro usò effettivamente la terminologia del jūjutsu Giapponese.

La scrittura usata da Funakoshi per i punti di pressione ci porta a pensare fortemente che i diagrammi dei punti vitali che Gichin ha inserito nel suo Karate-Dō Kyōhan provengono da Hironori Ōtsuka (il futuro fondatore del Wadō-ryū), che al tempo era suo allievo. Infatti Ōtsuka nel 1912 ricevette da Nakayama Tatsusaburo il menkyo kaiden (免許皆伝 / certificato di piena trasmissione) nell’arte dello Shindō Yōshin-ryū jūjutsu.

In conclusione possiamo affermare con discreta sicurezza che Gichin Funakoshi fosse stato istruito nell’arte dell’uso dei punti di pressione dai suoi maestri, ma quando si trattò di scrivere il suo libretto tecnico per eccellenza usò la terminologia tipica del jūjutsu Giapponese (e non quella della MTC). D’altronde bisogna ricordare che Funakoshi era fortemente coinvolto e motivato nella sua crociata di diffusione dell’arte di Okinawa (Karate) in terra madre, perciò l’uso di una scrittura tipicamente Giapponese e non Cinese poté senza dubbio facilitare l’adozione del suo manuale tecnico da parte del popolo marziale Nipponico.

Karate Kenpō

Per curiosità ho voluto dare un’occhiata a questo libro scritto da Mutsu Mizuho e pubblicato nel 1933 (quindi solo due anni prima di Karate-Dō Kyōhan). Come ho già avuto modo di scrivere, Mutsu è stato allievo di Funakoshi e di Ōtsuka, le storie di questi tre personaggi si sono intrecciate all’Università Imperiale di Tōkyō verso la fine degli anni ’20 per poi separarsi definitivamente l’uno dagli altri verso le fine degli anni ’30:

  • a cavallo tra il 1936 e 1937 Mutsu fu costretto a dimettersi dal ruolo di Shihan del club di Karate dell’Università Imperiale di Tōkyō per aver usato senza permesso il nome della Karate Kenkyūkai durante l’annuncio della sua candidatura politica per la “Camera bassa”.
  • nel 1938 Hironori Ōtsuka registrerà il proprio stile di Karate (presso il Dai Nippon Butoku Kai) col nome di Shinshū Wadō-ryū Karate Jutsu (神州和道流空手術, successivamente abbreviato in Wadō-ryū / 和道流) e fonderà la Wadō-kai (和道会), cioè l’organizzazione all’interno della Japan Karate Federation (JKF) per la pratica dello stile di Karate Wadō-ryū.
  • Funakoshi si separerà definitivamente da Ōtsuka dopo aver pubblicato Karate-Dō Kyōhan (in cui Ōtsuka compare massicciamente) per una distanza di vedute sulla pratica del Karate ormai divenuta inconciliabile; Funakoshi padre e terzogenito continueranno la loro strada verso il Dai-Nippon Karate-Dō Shōtōkan.

Ma torniamo all’opera imponente scritta da Mutsu. In questo libro l’autore dedica un’intera sezione al kyūsho-jutsu, forse la più completa del suo genere per quanto riguarda i (pochi) libri scritti prima della seconda guerra mondiale. Questa sezione comprende diversi diagrammi anatomici dei punti vitali, viene illustrato il sistema scheletrico, il sistema digestivo, il sistema circolatorio, il sistema urinario e il sistema respiratorio. Vengono forniti dettagli anche su quale arma anatomica utilizzare per colpire le aree vitali.

Karate Kenpō, diagramma dei punti vitali localizzati nella parte frontale del corpo.
Karate Kenpō, diagramma dei punti vitali relativi alla testa.

Ancora una volta notiamo che i punti vitali sono riportati usando la scrittura caratteristica delle koryū (scuole antiche) Giapponesi. Nella sezione relativa al kumite (le applicazioni a coppie), Mutsu specifica i punti da colpire usando la terminologia dei diagrammi inclusi nel libro, ma in maniera meno sistematica di quello che fece Funakoshi in Karate-Dō Kyōhan. Ecco alcuni esempi.

Karate Kenpō, in questa applicazione, viene detto di colpire col pugno destro il punto 人中 / Jinchū.
Karate Kenpō, in questa applicazione, viene detto di colpire il punto 水月 / Suigetsu.

Anche in questo caso c’è il forte sospetto che i diagrammi dei punti vitali e relativa scrittura provengano da Hironori Ōtsuka.

Conclusioni

Prima di salutarci riporto un’ultima testimonianza scritta di Mizuhiko Nakata, allievo di Chōki Motobu. Secondo quanto scritto da Mizuhiko, il maestro Motobu soleva chiamare il primo movimento (di braccia) del kata Naihanchi come “kasumi uchi” (霞み打ち), laddove il termine kasumi / 霞 indica la tempia destra ed è tipico delle koryū Giapponesi (ad esempio Shin Shindō-ryū, Kashima Shintō-ryū, Tenshin Shinyō-ryū).

本部朝基正伝―琉球拳法空手術達人 / Motobu Chōki Seiden – Ryūkyū Kenpō Karatejutsu Tatsujin. L’articolo mostrato in figura è intitolato “Delucidazioni sul Naifanchin”: in questo articolo Mizuhiko Nakata racconta che Chōki Motobu usava il termine “kasumi uchi” (霞み打ち evidenziato in blu) per la prima tecnica del kata Naihanchi.

In conclusione: probabilmente a Okinawa non esisteva una “terminologia autoctona” per i punti di pressione, cosicché è lecito pensare che per comodità fu adottata quella del Jiu-Jitsu Giapponese (d’altronde, sin dal periodo Edo, il Jiu-Jitsu Giapponese fu introdotto nel Regno delle Ryūkyū, benché non siano rimasti documenti scritti a testimonianza).


© 2020, Matteo Muratori. All rights reserved.

Un’applicazione interessante

Durante questa quarantena forzata ho trovato il tempo di “risfogliare” il mio amato Kenpō Gaisetsu, e soffermarmi maggiormente sul capitolo intitolato Kumite (組手). Andando nel dettaglio, questo capitolo è suddiviso a sua volta in sottosezioni, ognuna delle quali si focalizza su un tema specifico:

  • 1. Uchi uke (一、内受)
  • 2. Soto uke (二、外受)
  • 3. Shita (Gedan) uke (三、下受)
  • 4. Age uke (四、上受)

Ogni sottosezione è accompagnata da una serie di esercizi (applicazioni) da eseguirsi in coppia; uno di questi ha attirato particolarmente la mia attenzione.

B、相手は左拳を以て我が顔面に突き来る時、我は左手を以て外受すると共に我は左手を以て相手の左手首を握り、我の右手は相手の左肘を摑む。それと同時に我は右足裏を以て相手の左足膝を踏み折る。

“B. Quando l’avversario mi attacca il viso con il pugno sinistro, ricevo esternamente (soto uke / 外受) con la mano sinistra e afferro il polso sinistro del mio avversario con la mano sinistra, e la mia mano destra afferra il gomito sinistro del mio avversario. Contemporaneamente, do un calcio al ginocchio sinistro del mio avversario con la pianta del piede destro.” – Kenpō Gaisetsu (1930)

Come si può facilmente intuire, questa applicazione compare nella sottosezione intitolata Soto Uke (外受). Si tratta senza dubbio di un’applicazione molto semplice, ma si presta bene per una serie di considerazioni interessanti.

Prima di tutto il gergo, nel senso dei nomi usati per le tecniche. Soto uke non è usato per indicare una parata specifica (come è stata codificata in molti stili di Karate moderno e di stampo Giapponese), bensì indica da quale parte, rispetto all’attacco, ci si va a posizionare e ricevere. Questo fa perfettamente il paio con quanto scriveva Kenwa Mabuni nel suo libro “Kōbō Kenpō Karate-Dō Nyūmon”.

Secondo Kenwa Mabuni, uchi uke (内受) e soto uke (外受) non rappresentano la direzione della “parata” (cioè dall’interno verso l’esterno e viceversa). Indicano piuttosto la propria posizione rispetto all’avversario (敵 / teki, “nemico”). E’ considerata uchi uke fintanto che si è all’interno dell’avversario, ed è considerata soto uke fintanto che ci si trova all’esterno dell’attacco. Kōbō Kenpō Karate-Dō Nyūmon (1938)

Il secondo aspetto interessante dell’applicazione mostrata nel libro, è che essa rivela una chiave di lettura dei kata (解裁の原理) del tutto neglettata dal Karate tradizionale Giapponese: si calcia solo dopo essersi assicurati una presa stabile sull’avversario. In questo modo, la rottura della struttura e dell’equilibrio dell’aggressore, dovuta all’azione del calcio, non avrà alcuna conseguenza negativa su di noi (ad esempio un brutto contro-sbilanciamento nel caso di una forte differenza di peso o di una distanza troppo corta), mentre avrà conseguenze peggiorative per l’avversario (gli “cadremo addosso”, sfrutteremo il nostro peso per destrutturarlo ulteriormente).

La terza considerazione da fare, è che l’esercizio mostra un utilizzo sensato della tanto mal compresa e vituperata kakiwake-uke. Anzi, si può dire senza alcun dubbio che l’applicazione mostrata in Kenpō Gaisetsu sia un’applicazione del tutto legittima e funzionale dell’omonimo passaggio presente nei kata Heian Yondan e Jion.

Dal punto di vista della MTC (Medicina Tradizionale Cinese), l’applicazione induce una sollecitazione contemporanea dei meridiani di Cuore e Polmone (che, secondo gli effetti marziali della MTC, dovrebbe portare a un depauperamento energetico), eseguita durante l’afferramento del polso dell’avversario. Contemporaneamente, le dita della mano che controlla il gomito possono eseguire una pressione dolorosa sul meridiano dell’Intestino Crasso (muscolo brachioradiale, LI 10 e LI 11).


© 2020, Matteo Muratori. All rights reserved.

Il bō-jutsu dello Shōtōkai: storia ed evoluzione

Conoscere le nostre radici ci fa capire da dove veniamo, il cammino che abbiamo fatto fino a oggi e quali avvenimenti ci hanno portato in una data direzione. Credo fermamente che le nostre radici ci indichino più facilmente la strada, ed è in quest’ottica che ho deciso di scrivere questo articolo. L’idea è nata più di un anno fa, quando il quadro generale (nella mia testa) era ancora molto frammentato e confuso; le idee, come le persone, richiedono tempo per maturare e spesso affrettare o forzare le tappe è controproducente. Ma ora credo che sia arrivato il momento giusto.

Prima di iniziare, alcuni avvisi ai naviganti. In tutto l’articolo inserirò i miei commenti personali tra parentesi quadre, i nomi di persona saranno indicati secondo lo standard europeo (prima il nome e poi il cognome), i titoli associati alle varie caste feudali saranno resi in maiuscolo (ad esempio PECHIN, SATANUSHI, ecc).

Ma ora bando alle ciance, si comincia.

Le fonti e il materiale

Di seguito le fonti principali a cui ho attinto:

  1. “Kenpō Gaisetsu” (拳法概説), Takada Mizuho e Miki Jisaburō, 1930
  2. “Gigo Funakoshi: father of modern Shotokan”, serie di articoli di Graham Noble per la rivista “Fighting Arts” (#50, #51, #52)
  3. “Karate-Dō. Senmonka ni okuru” (空手道 専門家に贈る / “Karate-Do – Dedicato agli esperti”), Shigeru Egami, 1970
  4. “The Way of Karate: Beyond technique”, Shigeru Egami, 1976
  5. “Karate-Dō Kyōhan” (空手道教範), Gichin Funakoshi, 1935
  6. “Karate-Dō Nyūmon” (空手道入門), Gichin Funakoshi, 1943
  7. “Karate-Dō Taikan” (空手道大観), Genwa Nakasone, 1938 (traduzione in inglese di Mario McKenna)
  8. “Karate History: Collected Essays”, Henning Wittwer
  9. “An interview with Hiroshi Akamine Sensei”, articolo pubblicato su “Fighting Arts” #51
  10. Breve storia della “Kenpō-Kai” dell’Università Imperiale di Tōkyō
  11. Sito della Nihon Karate-Dō Shōtōkai

Altre fonti sono citate lungo tutto l’articolo.

La trama del viaggio

Sarà un viaggio un po’ complesso, in cui si sovrapporranno più livelli, seguiremo i movimenti di varie persone e andremo a curiosare in diversi luoghi.
Per ogni livello, scandiremo gli eventi salienti usando una sequenza temporale ordinata, in maniera crescente. Non faremo cioè zig-zag temporali: questo tipo di organizzazione dovrebbe facilitare il lettore, ma è stata causa di discreti mal di testa per chi sta scrivendo 🙂
L’indagine sul bō-jutsu dello Shōtōkai segnerà sempre la direzione, in linea generale svilupperemo i seguenti livelli:

  • seguiremo Gichin Funakoshi, mettendo al setaccio i suoi articoli e i suoi libri
  • osserveremo Gichin Funakoshi da un altro punto di vista, seguendo i suoi spostamenti in base al luogo di abitazione e d’insegnamento
  • seguiremo Yoshitaka Funakoshi, cercando di capire dove si trovava quando successero alcuni eventi
  • seguiremo lo svolgersi di alcuni eventi nei due club universitari di Karate più antichi del Giappone
  • sfoglieremo un libro preziosissimo (per la nostra ricerca)
  • torneremo ai giorni nostri con una maggiore consapevolezza

Il primo salto all’indietro

Anno 1902, Gichin Funakoshi intervista il proprio maestro Asato Ankō (1827–1906) [Asato è ricordato in quasi tutti gli scritti di Funakoshi come il suo maestro principale anche se, fatto alquanto bizzarro, non cita mai quali kata gli trasmise]. Per qualche motivo sconosciuto questa preziosa intervista verrà pubblicata solo 12 anni dopo, divisa in tre parti. Nella fattispecie comparirà nell’edizione del 17, 18 e 19 Gennaio 1914 sul quotidiano Ryūkyū Shinpō. La seconda delle tre parti riporta un paragrafo molto interessante, intitolato “Tipi di Karate” [si riferisce ai kata; l’utilizzo dell’espressione “tipi di karate” per indicare i kata è molto significativa a mio parere]:

“Per il rafforzamento del corpo, sono indicati Naihanchi e Seisan. Afferrare il bō [cioè difendersi da un attacco di bastone] è prerogativa del Passai. Kunsankun è indicato per sviluppare la velocità. Jitte distingue chiaramente jō-dan [livello alto], chū-dan [livello medio] e gedan [livello basso]. In riferimento all’uso pratico [cioè alla funzionalità applicativa] Seisan e Tomari no Passai sono estremamente efficaci”

Su questo piccolo trafiletto si potrebbero scrivere pagine intere, ma per quanto riguarda la nostra indagine ci interessa notare che Asato, molto presumibilmente, sapesse applicare alcuni movimenti del kata Passai per difendersi contro il bō. Che Asato fosse pratico dell’uso del bastone lo si evince anche da un articolo del 1934 scritto da Gichin Funakoshi (“Onshi Asato Ankō Sensei no Itsuwa”, Tōkyō 1934). In questo articolo Funakoshi scrive che le stanze della casa di Asato erano provviste di ogni tipo di attrezzatura per l’allenamento, una specie di casa/dōjō; tra le armi presenti, Funakoshi ricorda le seguenti:

  • rokushaku bō
  • tinbei
  • nunchaku
  • jitte [benchè il jitte sia di origine Giapponese, Funakoshi qui si riferisce probabilmente ai sai]

E’ noto che Asato fosse un esperto di Jigen-ryū, quindi non deve sorprendere la sua dimestichezza con le armi.
Per ora lasciamo Asato e balziamo nel 1921, più precisamente il 6 Marzo di quell’anno.

In quel giorno Gichin Funakoshi conduce un’esibizione pubblica di Karate con gli studenti delle scuole medie e del college per insegnanti di Naha (Shihan Gakko); l’esibizione si svolge in una grande sala del castello di Shuri, di fronte al principe Hirohito (in visita a Okinawa come tappa del suo viaggio verso l’Europa occidentale).

L’iscrizione riporta 皇太子殿下御前演武記念, ossia “In memoria della dimostrazione di arti marziali [演武 / enbu] di fronte a Sua Altezza Imperiale, Il Principe Ereditario”. La seconda riga riporta la data esatta dell’evento, 大正拾年參月六日 cioè “Il sesto giorno del terzo mese nel decimo anno Taishō” (10 Marzo 1921; si noti l’uso del formale 參/3 e 拾/10 al posto dei canonici 三 e 十). Come si vede dall’immagine, è stato usato l’Inkan al posto dei kanji classici e la persona nell’ovale in alto a destra è Kihachiro Wada, che nel 1921 era il direttore dell’Okinawa Shihan Gakko. Funakoshi si trova in seconda fila, secondo da sinistra.

La foto ci mostra un dettaglio interessante: i due studenti ai lati tengono in mano un bō, mentre quello centrale in prima fila impugna un sai.

Passiamo al 1922. A seguito del successo della sua dimostrazione di Karate tenutasi a Tōkyō, Funakoshi pubblica il suo primo libro “Tō-te Ryūkyū Kenpō” [唐手琉球拳法]. In questo libro compare la foto appena mostrata, e Funakoshi si riferisce all’evento come a una dimostrazione di Karate [scritto come 唐手 / mano Cinese]. Nel libro in questione non viene fatto cenno a nessuna tecnica di bō, nè ad alcun kata correlato.
Grazie a Hironori Ōtsuka [il fondatore del Wadō-ryū], veniamo a sapere che dal 1922 al 1924 Funakoshi era solito insegnare principalmente i 15 kata descritti in “Tō-te Ryūkyū Kenpō”. Ōtsuka aggiunge però anche qualcosa di molto interessante:

“A quel tempo Funakoshi faceva la guardia fuori al dormitorio con un 六尺棒 [rokushaku bō, cioè un bastone lungo circa 182 cm]. Lo sorvegliava poiché circolava allora una voce che i coreani stessero tramando una ribellione”.

Ōtsuka si riferisce alla scuola/dormitorio Meishō juku, situata nel quartiere Suidobata di Tōkyō. Nel 1922, all’età di 54 anni, Funakoshi si stabilì in Giappone e prese dimora proprio in questo ostello per studenti di Okinawa (per mantenersi lavorò come custode, guardiano e giardiniere). Quello che mi preme sottolineare però, è che dalle parole di Ōtsuka si deduce chiaramente che Funakoshi fosse piuttosto sicuro delle proprie capacità di maneggiare e usare il bō.
A questo punto della storia accadono due avvenimenti cruciali per la nostra indagine:

  • nell’Ottobre del 1924 l’Università di Keiō istituisce il primo club di Karate universitario del Giappone
  • nell’Ottobre del 1925 l’Università Imperiale di Tōkyō istituisce anch’essa il proprio club di Karate [東京帝国大学唐手研究会 / Tōkyō Teikoku Daigaku Karate Kenkyūkai]

Torneremo in questi due luoghi più avanti nell’articolo, per ora continuiamo a seguire gli scritti di Gichin.

Nel 1925 Funakoshi pubblica il suo secondo libro, “Rentan Goshin Tōde-jutsu” [錬胆護身唐手術], ma si tratta sostanzialmente di una riedizione migliorata del libro precedente, in cui il cambiamento più vistoso è dettato dall’uso di svariate foto in cui Ō-Sensei viene immortalato durante l’esecuzione dei kata. Quindi, anche in questo caso, nessun cenno al bō.

Nel 1935 il maestro scrive il suo libretto tecnico per eccellenza, “Karate-Dō Kyōhan” [空手道教範]. E qui la questione si fa interessante. Nel capitolo n.1, all’interno del paragrafo intitolato “Il significato di Kara” [空の意義 dove 空 ha il significato di “vuoto”], Funakoshi ci dice che:

“Se si inizia a scrutare il colore [色 che significa più precisamente “tonalità di colore”] del cosmo, tutto equivale al vuoto. Il vuoto cioè non è l’assenza di colore, bensì la presenza di tutti i colori. Le arti marziali [武術 / bu-jutsu] sono molteplici, jū [柔, il jū-jutsu], la sciabola [剣 / ken, il ken-jutsu], la lancia [槍 / sō, il sō-jutsu], il bastone [杖 / jō, il jō-jutsu]. Tuttavia, se si inizia a riflettere su di esse, si noterà che sono completamente nel solco del Karate [空手]. In altre parole, il Karate [空手, “la mano vota”] è la radice di tutte le arti marziali. Che ciò che è visibile è vuoto e vuoto è identico a visibile. Il carattere 空 presente in Karate [空手] si riferisce anche a questo.”

Ne consegue che per Funakoshi il Karate non escludesse affatto l’uso delle armi. Una prova a supporto, manco farlo apposta, è presente nello stesso libro, capitolo n.7: vengono spiegate 5 difese contro il Tan-tō [il pugnale], 3 difese contro il Dai-tō [la spada lunga] e 6 difese contro il bō [棒]. In Karate-Dō Kyōhan però Funakoshi non cita né dimostra alcun kata di bō.

Karate-Dō Kyōhan, Funakoshi mostra una difesa contro un attacco di bō. Si noti l’utilizzo (sensato) dell’hiki-te (che guarda caso non è una shini-te / “mano morente” ma assume un ruolo piuttosto attivo).

Arriviamo al 1943, Funakoshi scriverà il suo penultimo libro, “Karate-Dō Nyūmon” [空手道入門]. La parte tecnica di questa opera è affidata al suo terzogenito Yoshitaka, mentre Gichin curerà le parti storica e introduttiva. Si è diffusa l’idea che in questo libro Funakoshi, dopo l’elenco delle forme a mano vuota “che stiamo studiando ed esaminando in questo periodo allo Shōtōkan”, elenchi alcuni kata di bō; chi asserisce ciò, in genere, afferma che già nella prima edizione in lingua inglese (Kodansha International, 1988) l’elenco delle forme di bō sia stato rimosso. La verità è che già nella versione originale del libro non compare il nome di alcun kata di bō.

Rimane da esaminare l’ultimo libro scritto da Funakoshi nel 1956, “Karate-Dō Ichiro” [空手道一路]. Si tratta di una biografia in cui il maestro racconta tanti avvenimenti della sua vita. Uno in particolare s’intitola “Un uomo umile” e narra dell’incontro di Funakoshi con Jinō Sueyoshi [仁王末吉, 1846-1920], un nobile al tempo caduto in miseria. Una sera, a causa di una lunga riunione insegnanti alla scuola di Naha, Funakoshi noleggiò un risciò [人力車 / Jinriksha] per tornare a casa:

“Per ammazzare il tempo, cominciai a conversare con l’uomo del risciò e mi accorsi, con sorpresa, che egli dava risposte estremamente brevi. In genere i conduttori dei risciò sono loquaci come i barbieri.”

Il racconto prosegue con vari tentativi di Funakoshi per riuscire a scrutare il viso dell’uomo, che grazie alla sua agilità e furbizia era sempre riuscito a tenere nascosto. Funakoshi si insospettisce sempre di più:

“…ero perfettamente convinto che non poteva essere un conduttore di risciò qualsiasi…Vidi che non mi ero sbagliato. Era proprio Suneyoshi…Egli discendeva, come sapevo molto bene, da una famiglia di guerrieri di rango elevato, ed era più anziano di me nel Karate-Dō. Inoltre, era un noto esponente dell’arte di combattimento col bastone ed in seguito fondò la sua scuola di bō-jutsu…Camminando fianco a fianco verso Shuri, discutemmo piacevolmente sul Karate e sull’arte di combattimento col bastone.”

Da questo racconto veniamo a conoscenza che Funakoshi, negli anni in cui lavorava come insegnante (quindi molto prima che partisse definitivamente per Tōkyō nel 1922), conobbe anche il noto esperto di bō-jutsu Jinō Sueyoshi.

Proviamo a tirare le somme su Funakoshi padre. Ha avuto come maestro principale Asato Ankō e tra quelli secondari vanno ricordati Seishō Arakaki [新垣世璋, 1840–1918] e Sōkon Matsumura [松村宗棍, 1809-1899]; conobbe anche Jinō Sueyoshi [1847-1920]. Tutti questi maestri sono ricordati per essere esperti, chi più chi meno, anche di bō-jutsu (lo vedremo più avanti nell’articolo quando arriveremo a parlare di Kenpō Gaisetsu). In varie foto Funakoshi mostra alcune tecniche di difesa contro il bō, e vi dedica anche un paragrafo nel suo libretto tecnico per eccellenza. In nessun articolo o libro scritto da Funakoshi egli dà spiegazioni esplicite sul se e quali kata di bastone conoscesse. In mancanza di altri elementi, non ci resta che applicare il principio del Rasoio di Occam: a parità di fattori, la soluzione più semplice è quella più verosimile. Applicando questo principio metodologico, possiamo concludere che Funakoshi non conoscesse alcun kata di bō, ma i suoi maestri lo introdussero alle relative kihon waza e ad alcune applicazioni difensive. Potrebbe però aver ricevuto dal maestro Sueyoshi il kata omonimo.

Dimmi dove, quando

Dal punto di vista temporale, finora abbiamo seguito Funakoshi Sensei in base ad alcuni articoli e ai libri che scrisse. Aggiungiamo un livello parallelo, proviamo a seguire Ō-Sensei dal punto di vista dei luoghi in cui ha abitato una volta giunto in Giappone nel 1922.
La fonte principale per le informazioni che seguiranno è il libro scritto da Shinkin Gima [真謹儀間 conosciuto anche col nome di Gima Makoto] e Ryōzō Fujiwara, intitolato “Taidan – Kindai Karate-dō no Rekishi wo Kataru” [“Resoconto dettagliato sulla storia del karate moderno – Dialogo fra Fujiwara e Gima”] e pubblicato nel 1986. Ritengo Shinkin Gima una fonte affidabile per quanto riguarda le informazioni su Funakoshi, fu uno dei suoi primi allievi dopo il trasferimento a Tōkyō nonché suo assistente nella famosa dimostrazione di Karate tenutasi nel 1922; Gima fu anche la prima persona a ricevere un certificato di Dan da Funakoshi.
Diamo quindi un’occhiata a dove ha vissuto e quali fossero i “quartier generali” di Funakoshi in Giappone (NB: ho escluso dalla disamina i club universitari, sui quali ritorneremo più avanti).

  • Da Settembre 1922 fino a Settembre 1923, Funakoshi ha abitato e insegnato in una saletta (usata anche come dōjō) del Meishō juku, un ostello per studenti di Okinawa. Qui, la sua permanenza si dovette interrompere a causa del tragico terremoto avvenuto il primo Settembre 1923 che colpì la pianura del Kantō. Il Meishō juku non fu distrutto, ma furono necessarie varie riparazioni.
Funakoshi all’interno del Meishō juku (1923 circa).
Un’altra foto scattata al Meishō juku: il partner di Funakoshi è Shinkin Gima
  • A seguito del terremoto di Kantō, Funakoshi affittò una casa nella cittadina di Masago, nel distretto di Koishikawa. Il quartier generale del suo insegnamento divenne il dōjō del famoso maestro di Kendō Hakudō Nakayama, e rimarrà tale fino alla primavera del 1931 (benché per alcuni anni continuerà anche ad insegnare al Meishō juku, una volta terminate le riparazioni). Il dōjō del maestro Nakayama si trovava nella cittadina di Yumi, sempre nel distretto di Koishikawa. Anche se non è molto inerente alla “trama principale” di questo articolo, vorrei spendere alcune parole riguardo questo poco conosciuto legame tra Funakoshi e Hakudō Nakayama. Nakayama era una vera autorità nel Kendō, e il suo dōjō aveva la reputazione di essere il migliore della nazione: consentire a Funakoshi di insegnare in un dōjō così prestigioso era, dal punto di vista di un osservatore esterno, il sigillo di una completa approvazione del Karate come arte del Budō (anche se ancora ufficialmente non lo era) e al tempo stesso un endorsement senza prezzo. Molte persone influenti frequentavano il dōjō di Nakayama e vennero a conoscenza delle lezioni di Karate tenute da Funakoshi: questa fu senza dubbio la migliore delle pubblicità per la campagna di diffusione del Karate perpetrata da Funakoshi.
Pratica del tameshiwari (tecniche di rottura) nella saletta del Meishō juku (1924 circa). Sullo sfondo si vede un giovanissimo Gigō Funakoshi, terzogenito di Gichin.
Un’altra bella foto di gruppo al Meishō juku. Funakoshi è in seconda fila al centro, Hironori Ōtsuka due posti più a destra.
  • Dalla primavera del 1931 fino all’autunno del 1932, il dōjō di Funakoshi si sposta dalla cittadina di Yumi e viene rilocato all’interno di una casa nella cittadina di Masago: per la prima volta da quando sbarcò a Tōkyō nel 1922, Funakoshi aveva un dōjō tutto suo. Il dōjō in questione in realtà consisteva nel giardino della propria casa d’abitazione (Gima non fornisce dettagli, ma personalmente credo che non si trattasse della stessa casa che Funakoshi affittò nel 1923, bensì una casa più grande che Funakoshi poté permettersi grazie al successo avuto nel dōjō di Nakayama). Ciò che conta è che in questo dōjō si allenarono sotto Funakoshi persone influenti, tra cui figli di industriali e uomini politici (il caso più eclatante è di Saigō Kichinosuke, membro di spicco della Camera Alta).
  • Dall’autunno del 1932 fino a Marzo del 1938, Funakoshi basa il proprio quartier generale d’insegnamento sempre a Masago (Gima rimane molto sul generico, è plausibile che si tratti sempre della casa in cui abitava, ma è probabile che il dōjō di Nakayama venisse ancora sfruttato quando risultava libero). La fama di Funakoshi era cresciuta notevolmente in questi anni, il numero di studenti era cresciuto a dismisura e l’esigenza di avere un proprio dōjō professionale divenne impellente per il maestro. Fu così che nel 1936 alcuni suoi studenti fondarono il “Comitato per la Costruzione di un dōjō”, con lo scopo di raccogliere i necessari finanziamenti. Questo movimento si sviluppò a partire dai fan locali per rimbalzare poi tra gli appassionati di Karate di tutto il Giappone: la campagna ebbe talmente successo che fu raccolto più denaro di quel che serviva.
  • Il 29 Gennaio 1939, a Zōshigaya (distretto di Toshima), fu inaugurato il Dai-Nippon Karate-Dō Shōtōkan (大日本空手道松濤館). Il nuovo dōjō comprendeva anche l’abitazione di Funakoshi, di suo figlio Yoshitaka e famiglia. Le attrezzature all’interno del dōjō erano molto complete, c’erano makiwara, un sacco simile a quelli da boxe, bastoni (bō), spade di legno (bokken), geta in metallo e pesi in pietra dotati di impugnatura (sāshi).
29 Gennaio 1939, inaugurazione del Dai-Nippon Karate-Dō Shōtōkan (大日本空手道松濤館) . Gichin Funakoshi si trova al centro.

Il secondo salto all’indietro: tale padre tale figlio (mica tanto)

Riavvolgiamo il nastro, e seguiamo ora il terzo figlio di Funakoshi: Gigō Funakoshi (義豪船越, 1906–1945). Ci concentreremo a partire dal suo arrivo in terra madre, avvenuto nel 1923 (il periodo esatto non è conosciuto, forse prima del terremoto di Kantō), quando Gigō aveva poco più di 17 anni. Come abbiamo visto, in quel periodo il padre Gichin si trovava a vivere e insegnare al Meishō juku; al tempo, tra gli allievi che frequentavano le lezioni in quel dormitorio si trovavano Hironori Ōtsuka e Takeshi Shimoda.

Funakoshi all’interno del Meishō juku, 1924 circa. Gichin è in prima fila al centro. Si riconoscono Hironori Ōtsuka sempre in prima fila nell’angolo a sinistra, e Gigō Funakoshi in seconda fila sull’estrema destra. Dietro alla spalla sinistra di Gichin siede Takeshi Shimoda. Non passano di certo inosservati la coppia di sai e i due bō; così come non si può non notare la signorina in abito scuro, che rivedremo tra poco in un’altra foto scattata sempre al Meishō juku.

Per quanto riguarda la formazione marziale di Gigō, sappiamo che durante la sua giovinezza a Okinawa non fu allievo del padre (come nella più classica delle tradizioni). Gichin, in “Karate-Dō Ichiro”, racconta che portava spesso Gigō con sé ai suoi allenamenti con Itosu; è plausibile che per molto tempo Gigō si sia limitato a quella che viene definita “mi-geiko” (見稽古), cioè un tipo di pratica che consiste nella mera osservazione, senza partecipare fisicamente agli allenamenti.

Poco dopo il suo arrivo in Giappone, Yoshitaka inizia gli studi all’Università Imperiale di Tōkyō per diventare tecnico radiologo, sotto la guida del Dottor T. Negli anni successivi Yoshitaka si allenerà nel Karate sotto la guida del padre al Meishō juku e studierà anche il Kendō sotto la guida del maestro Hakudō Nakayama. Ne deduciamo che Hironori Ōtsuka si trovò quindi a frequentare regolarmente Gigō durante gli allenamenti, come dimostrano anche varie foto.

Un’altra foto scattata al Meishō juku, questa volta nel 1926. Nella seconda fila, partendo da destra, si trovano Hironori Ōtsuka, Yasuhiro Konishi, (sconosciuto), Gigō Funakoshi. Fu Ōtsuka a suggerire a Konishi di frequentare le lezioni tenute da Funakoshi nella piccola sala del Meishō juku. Le foto scattate in quest’aula sono facilmente riconoscibili dall’insegna riportante la scritta 實物欲不入 (quella della foto va letta da destra verso sinistra!), che rappresenta la parte di un antico detto Cinese.
Un detto Cinese tratto dall’antico Caigentan (菜根譚 ).
心不可不虚、虚
真理来居
心不可不實、實
物欲不入
Il cuore deve essere vuoto, vuoto cosicché la verità possa venire e risiedere.
Il cuore deve essere pieno, pieno cosicché il desiderio materiale non entri
.

Questo fatto rende Ōtsuka una fonte piuttosto attendibile sugli spostamenti del giovane Funakoshi; il futuro fondatore del Wadō-ryū ci svela un fatto di estrema importanza per la nostra ricerca:

“A quel tempo [1930, quindi a studi ultimati] Yoshitaka Funakoshi lavorava come tecnico radiologo all’Università Imperiale di Tōkyō”

Sempre rimanendo nell’ambito del Meishō juku, sappiamo che vi si trovava anche Takeshi Shimoda, il quale studiava Karate sotto la guida di Gichin. Shimoda era un Senpai di Gigō, e a partire dal 1932 diventerà un Senpai anche di Shigeru Egami (1912-1981). Alla morte di Shimoda, avvenuta nel 1934, sarà Gigō a prendere il suo posto; tra Egami e il giovane Funakoshi nascerà un’amicizia che durerà fino alla morte di quest’ultimo (1945). Tutto questo per dire che Egami, indirettamente tramite Shimoda e direttamente tramite Gigō, si tratta a mio avviso di una fonte credibile per quanto riguarda il “Waka Sensei”. In particolare, nel suo libro del 1976, Egami conferma ciò che ci aveva già detto Ōtsuka:

“Ricordo i viaggi che noi, seguaci di Funakoshi, compimmo nella zona di Kyōtō, Osaka e nelle isole meridionali di Kyūshū sotto la guida di Takeshi Shimoda, il più ricco di talento tra gli studenti di Funakoshi e nostro istruttore. Questo accadeva nel 1934…quando Shimoda scomparve, il suo incarico fu rilevato dal terzo figlio del Maestro, Gigō…a ogni modo, giacché era assunto come tecnico specializzato in raggi X all’Università Imperiale di Tōkyō e lavorava anche al Ministero dell’Educazione…”

Egami ci dice che nel 1934, Gigō Funakoshi lavorava ancora all’Università Imperiale di Tōkyō.
Tiriamo qualche conclusione. Il giovane Funakoshi segue il padre in Giappone nel 1923, studia e lavora come tecnico radiologo all’Università Imperiale di Tōkyō. Sin dal suo arrivo in terra madre, Gigō si allena nel Karate sotto la guida del padre e studia Kendō grazie al maestro Hakudō Nakayama. Nel 1934, con la morte di Takeshi Shimoda, Yoshitaka assume il ruolo di primo istruttore (dopo Funakoshi padre, ovviamente) e si prodiga con tutte le sue forze, assieme agli allievi più anziani, per la diffusione del Karate nelle varie università Giapponesi. Purtroppo, anche seguendo il giovane Funakoshi non ci siamo imbattuti ancora in nessun kata di bō…almeno apparentemente.

Lo Shōtōkan: la rivelazione

Ci catapultiamo ora nel 1939, c’è grande festa a Zōshigaya e i due Funakoshi hanno di che gioire: finalmente padre e figlio hanno un dōjō degno di questo nome tutto per loro. Ma lasciamo per un attimo i festeggiamenti e diamo un’occhiata alla gerarchia interna al dōjō; lo facciamo partendo dalla seguente foto.

Una rara foto di gruppo al dōjō Shōtōkan, datata 1941. Nella seconda fila si trovano nell’ordine: Tsunejirō Uemura (quinto da sinistra), Gigō Funakoshi (sesto da sinistra), Gichin Funakoshi (settimo da sinistra), Yoshiaki Hayashi (quinto da destra), Shigeru Egami (terzo da destra).

La catena di comando in essere allo Shōtōkan era la seguente al tempo:

Una foto scattata davanti allo Shōtōkan, nel 1940 circa. Da sinistra verso destra: Tsunejirō Uemura, Yoshiaki Hayashi, Gigō Funakoshi. L’insegna in alto riporta la parola 松濤館 / Shōtōkan scritta in Inkan

Grazie a Uemura e Hayashi finalmente veniamo a sapere che allo Shōtōkan si praticavano diversi kata di bō (cinque per l’esattezza). La progressione didattica che forniscono rispettivamente il terzo e il quarto insegnante del dōjō è leggermente diversa, ma ciò che davvero conta per la nostra indagine è che dopo tanto vagare nel buio otteniamo la conferma che il sistema stilistico della Shōtōkan-ryū comprendeva anche alcuni kata di bō.
Nella fattispecie Uemura produsse una serie di appunti in cui compaiono i seguenti 5 kata di bastone (la lista dei nomi è preceduta dalla dicitura 棍 / Kon; riporto tra parentesi i kanji come compaiono negli appunti di Uemura):

  • Shūji (周氏, può essere letto anche come Shūshi)
  • Sueyoshi (末吉)
  • Shirotaru (白樽, può essere letto anche come Hakuson)
  • Sakugawa (佐久川)
  • Matzukaze (松風)

La progressione che fornisce Hayashi è leggermente diversa:

“Dopo che uno ha imparato i primi rudimenti col bō, seguirà l’insegnamento di Sūji no Kun, a seguire Sakugawa no Kun, Yunigawa no Kun, Shirotaru no Kun. Tra questi ho imparato principalmente Sūji no Kun, Sakugawa no Kun ed anche il Matzukaze no Kun del maestro Yoshitaka Funakoshi. Matzukaze no Kun è un kata di bō di livello piuttosto alto, che il maestro Yoshitaka ha codificato completamente da zero sulla base di Sūji no Kun e Sakugawa no Kun”

In pratica la progressione che dà Hayashi è la seguente:

  • Sūji no Kun
  • Sakugawa no Kun
  • Yunigawa no Kun
  • Shirotaru no Kun
  • Matzukaze no Kun

Sempre Hayashi ci fornisce anche alcuni dettagli tecnici, dicendo che:

“Sūji no Kun è un kihon-gata e la sua esecuzione richiede circa un minuto…Sakugawa no Kun richiede circa due minuti per essere eseguito. Entrambi sono kata principalmente con la mano destra. Matzukaze no Kun è un kata con un modo di oscillare che usa ampiamente anche la sinistra [Hayashi intende che il kata usa anche il lato sinistro del corpo avanzato con la corrispondente mano sinistra]”

Le due progressioni didattiche hanno aspetti molto interessanti. Entrambe iniziano col kata Shūshi no Kon, che Hayashi definisce un kihon-gata; spesso il termine kihon (基本) viene mal interpretato come “di base” (cioè semplice, basilare), in realtà riferito a un kata ha il significato di “fondamentale” (cioè davvero importante). In quest’ottica, il kata Shūshi no Kon si conquista un prestigio notevole, un posto di primo rango; personalmente, ritengo che questo kata vada approfondito molto seriamente.
Tornando alle due sequenze didattiche, notiamo che il kata Matzukaze no Kon compare come l’ultimo della lista. Gigō Funakoshi ultimerà la codifica di questa forma nel 1941, il che rende questo kata il più giovane dei cinque, ma a torto o ragione, sarà considerato dagli istruttori di allora come il kata più avanzato.

E’ impossibile non notare che nella progressione di Hayashi scompare del tutto il kata Sueyoshi no Kon, e al suo posto viene inserito lo Yunigawa no Kun. Da un lato questo fatto rafforza l’ipotesi che Gichin Funakoshi abbia appreso il kata Sueyoshi no Kon dall’omonimo maestro, dall’altro la presenza del kata Yunegawa no Kon dona forza e congruenza all’origine del sistema stilistico di bō della Shōtōkan-ryū: so che sembri una supercazzola, ma tra poco ci arriveremo 🙂

La guerra…gli anni bui per il bō-jutsu dello Shōtōkai…e poi fino ai giorni nostri

Siamo agli inizi degli anni 40, Gigō Funakoshi ha terminato di codificare un nuovo kata di bō (Matzukaze no Kon). Il “Waka Sensei” ce la sta mettendo tutta per formalizzare un curriculum di studio moderno per la scuola Shōtōkan; i metodi e il sistema stilistico di Funakoshi padre stavano piano piano sparendo (purtroppo…). Nuovi kata furono importati dallo Shito-ryū e “Shōtōkan-izzati”, le posizioni furono abbassate, nuove tecniche furono codificate e molti kata furono cambiati di conseguenza; il sistema stilistico di bō comprendeva cinque kata.
Fatto sta che gli allenamenti allo Shōtōkan procedevano incessanti, ma la seconda guerra mondiale era già arrivata, assieme alle tragedie che ne deriveranno. Molti allievi del dōjō, così come molte matricole dei vari club universitari di Karate, erano partiti per la guerra; alcuni torneranno, molti altri no. Il 1945 è un anno tragico per Gichin Funakoshi, come un fulmine a ciel sereno cadranno su di lui due disgrazie non da poco:

  • nel mese di Marzo il dōjō Shōtōkan viene raso al suolo da un bombardamento aereo su Tōkyō
  • a soli 39 anni di età, suo figlio Gigō muore di tubercolosi nel mese di Novembre

Inoltre nell’autunno del 1947, sua moglie Gozei viene a mancare a causa di una crisi d’asma. Credo che la situazione con cui l’anziano Funakoshi dovette fare i conti sia più che chiara, proviamo a riassumerla nei punti salienti:

  • vicino alla soglia degli 80 anni, Gichin dovette affrontare il dispiacere di perdere un figlio (nonché successore della propria scuola) e la moglie
  • il dōjō che tanto aveva desiderato fu spazzato via in una notte
  • con l’avvento della Seconda Guerra Sino-Giapponese (1937-1945) e della Seconda Guerra Mondiale (1939-1945), molti degli allievi più avanzati dovettero partire per partecipare ai conflitti armati; a causa dei sostanziali cambiamenti apportati da Gigō Funakoshi durante il periodo bellico, quelli che tornarono non riconobbero più il Karate per come lo avevano appreso prima della guerra

In questo quadro desolante, è ovvio che molto si perse, anche per quanto riguarda la pratica del bō così come era stata codificata in seno allo Shōtōkan.
Per la futura NKS (Nihon Karate-Dō Shōtōkai), fu una vera fortuna che Yoshiaki Hayashi sopravvisse alla guerra. E’ grazie a questo maestro che i futuri esponenti di spicco della NKS (Hironishi, Takagi) potranno ritrasmettere i kata di bō all’interno dello Shōtōkai. Scopriamolo con le loro stesse parole.
Motonobu Hironishi ci racconta che nel 1951 Jōtarō Takagi era molto preoccupato sul fatto che la pratica del bō potesse cadere nel dimenticatoio. Così Takagi si consultò con alcuni colleghi e insieme organizzarono delle sessioni di allenamento con Hayashi:

“Quando fu approssimativamente il mio incontro col bō? Mi ricordo che fu intorno al 1951/1952. Mi consultai con Yanagisawa [基弘柳澤 / Motohiro Yanagisawa] ed altri. Invitammo Yoshiaki Hayashi, in un periodo in cui era molto impegnato, a venire al dōjō dell’Università di Chūō e qui ricevemmo istruzioni. Era mia intenzione imparare sia il kihon che i kata in una volta sola. Tuttavia, a causa della pigrizia seguente, avevo completamente dimenticato i kata. Fortunatamente furono tenuti a mente da Yanagisawa” – Shōtōkan gojū-nen no Ayumi (松濤館五十年のあゆみ / Shōtōkan 50 anni di storia, pubblicato nell’Ottobre 1988)

Secondo Tsunejirō Uemura, riferendosi principalmente a coloro che seguirono Funakoshi come maestro, al tempo a Tōkyō c’era una sola persona che possedesse vera esperienza riguardo alla pratica del bastone:

“Nella capitale, eccetto Hayashi, per quanto riguarda le persone che sono in grado di maneggiare il bō, non c’è nessuno”

Sempre Jōtarō Takagi ci racconta la tragica situazione in cui versava la pratica del bō nel periodo bellico e post-bellico, confermando il quadro funesto che abbiamo analizzato pochi paragrafi sopra:

“I già poco conosciuti kata di bō, in mezzo allo scompiglio durante la guerra e dopo la guerra furono completamente dimenticati” – Shōtōkan rokujū-nen no Ayumi (松濤館六十年のあゆみ / Shōtōkan 60 anni di storia, pubblicato nell’Ottobre 1998)

Un discorso particolare va fatto per Shigeru Egami, che ci porterà purtroppo a una serie di interrogativi non indifferenti. Sappiamo che Egami fu dispensato dal servizio militare e quindi non partì per prestare servizio durante la guerra. Fu quindi presente durante tutta l’evoluzione e la trasformazione che il Karate subì all’interno dello Shōtōkan, e fu un aiutante prezioso per le sperimentazioni di Gigō Funakoshi; lo testimoniano anche diverse foto che ritraggono i due amici mentre si allenano insieme al Ten No Kata (ura). Per quanto riguarda la nostra ricerca, possiamo stare certi che Egami assistette alla codifica del kata Matzukaze no Kon: è impossibile che Egami non conoscesse l’origine di questo kata, perchè lo creò il suo migliore amico di dōjō nonché suo Senpai.
Nel suo libro del 1970, Egami Sensei usa parole molto chiare, egli non considera il bastone semplicemente come una qualsiasi arma praticata nel Karate, bensì lo considera come un fondamento del Karate stesso:

“Sembra che le tecniche tradizionali del Karate abbiano soprattutto il bō come base. Tuttavia, poiché si dice che il Karate-Dō delle origini sia il fondamento del budō in generale, è plausibile che sia relazionabile alle più svariate armi, dalla spada alla lancia, al bastone, alla sciabola, senza alcuna eccezione. Se si impugna una sciabola, diventa immediatamente l’arte della sciabola [ken-jutsu]. Se si impugna una lancia, diventa l’arte della lancia [il sō-jutsu]. Inoltre la condizione che si viene a creare rimuovendo le armi deve diventare vero Karate-dō. Si dice che nell’antichità fossero esistite persone che, raggiunto il livello più profondo dell’arte [極意 / gokui] della sciabola, decidessero di abbandonarla, ricorrendo solo in casi estremi a una sciabola di dimensioni ridotte.
La pratica dei kata è qualcosa che dovrebbe essere fatto familiarizzando a sufficienza con cose come quelle scritte sopra.”

Nel libro che scriverà sei anni dopo, Egami ribadisce il concetto con parole del tutto simili, per cui evito di riportare il testo. Anche Motonobu Hironishi, grande amico di Egami e suo coevo, affronta questo tema:

“Inoltre kon [棍] e Karate hanno una relazione profonda. Se uno non si esercita con il bastone, non diventerà abile nemmeno nel Karate. Il kon ha la pratica del corpo nel suo insieme, in particolare le anche, come punto focale. Inoltre permette di approfondire e migliorare i punti poco chiari del Karate.”

Ma arriviamo alle parti dolenti. Purtroppo nei suoi due libri, Egami Sensei non cita nemmeno un kata di bō, anche solo per sbaglio. Lo stesso Hironishi, nel libro che scrisse nel 1955 (目でみる空手入門 / “Me de miru karate nyumon”, ovvero “Una introduzione al Karate”), dedica al bō solo un piccolo trafiletto, accompagnato da alcune foto di Gigō Funakoshi.

Il libro di Motonobu Hironishi dedica solo un piccolissimo spazio alla pratica del bō. Il testo dice che le immagini (per le quali ha posato Gigō Funakoshi) ritraggono dei kata di bō, e che il modo di usare il bastone è del tutto simile al karate (mano vuota), ci sono colpi opposti (逆突 / gyaku tsuki), colpi a due mani (諸手突 / morote tsuki), ecc. Nulla di veramente interessante.

C’è un ulteriore fatto da considerare, cioè che non esiste pubblicamente alcuna foto di Egami nè di Hironishi che li ritragga col bō (o quantomeno non sono mai riuscito a trovarne); al contrario ne esistono di diverse in cui è immortalato Gigō Funakoshi. La situazione si complica ancora di più se analizziamo il libro di Egami del 1970, in cui Hiroyuki Aoki (宏之青木, nato nel 1936 e fondatore dello Shintaidō / 新体道) cura completamente la parte riguardante il bō. Nel libro Aoki presenta 4 kata di bastone (tra parentesi riporto i kanji usati):

  • Sueyoshi no Kon (末吉の棍)
  • Sakugawa no Kon (佐久川の棍)
  • Shirotaru no Kon (白樽の棍)
  • Matzukaze no Kon (松風の棍)

Aoki introduce i kata sopraelencati con le seguenti parole:

“Per documentare i kata di bō, ho iniziato a studiare varie cose intorno al 1964 [Shōwa 39], ma il procedere era molto difficoltoso perché in origine questa via [qui Aoki intende forse il kobudō] veniva trasmessa solo attraverso persone affidabili e tramite l’insegnamento orale; pertanto, a causa di un’estrema carenza di documenti, è stato difficile raccogliere sufficienti informazioni sui kata. Ed è stato ancora più difficile ricostruirli. I quattro kata presentati sono stati ricostruiti con successo come quasi perfetti (solo l’origine di Matzukaze è sconosciuta). Vorrei celebrare in questo modo la brillante presentazione di alcuni kata di bō, insieme ai miei giovani colleghi che hanno lavorato duramente per arrivare così lontano. Non esiste alcuna documentazione su come esercitarsi con il bō, quindi [in futuro] vorrei introdurre alcuni metodi di allenamento di base per i principianti. (Aoki)” – Karate-Dō. Senmonka ni okuru”, 1970

Quando Aoki parla dei suoi “giovani colleghi”, si riferisce ai membri del Rakutenkai (楽天会 / “Collegio degli ottimisti”), un gruppo di ricerca costituito nel Settembre 1965 e presieduto da Aoki. I membri del Rakutenkai furono scelti tra i migliori studenti di Egami dell’università di Chūō, una trentina di giovani artisti marziali di alto livello, esperti in differenti arti marziali: Aikidō, Karate-Dō, Jūdō, Kendō, Bojutsu. Tornando alle parole di Aoki, notiamo subito che la sua progressione di kata ha tratti del tutto simili a quella descritta da Yoshiaki Hayashi. Sorvoliamo sulla rimozione del kata Yonegawa no Kon (presente invece nella lista di Hayashi), ma notiamo subito invece che il kata Matzukaze no Kon è riportato ancora una volta come l’ultimo dell’elenco. E ora attenzione Shōtōkai-isti: Aoki riporta Sueyoshi no Kon come primo kata, ma si tratta in realtà del Shūshi no Kon, come scopriremo molto presto. Purtroppo questo errato cambio di nome è tuttora presente all’interno della scuola Shōtōkai, ma nessuno vieta di porvi rimedio…

La parole di Aoki però ci gettano addosso anche una serie di dubbi notevoli. Perchè ci dice che non è riuscito a identificare l’origine del kata Matzukaze no Kon? A me pare davvero impossibile, il suo maestro Egami era stato spettatore privilegiato al dōjō Shōtōkan durante la codifica di questo kata da parte di Gigō Funakoshi. E’ possibile che Aoki non si sia consultato minimamente con Egami? Nemmeno una domanda? E’ vero che Egami era in cattive condizioni di salute a quel tempo, ma Aoki è stato molto vicino a lui e alla relativa famiglia (dava loro aiuto economico fondamentale), quindi non ci vedo motivo per non consultarsi col proprio maestro. Per concludere il capitolo Aoki, sul n.54 di “The journal of British Shintaido” veniamo a sapere che all’interno del Rakutenkai il responsabile del bō-jutsu era un certo Shikoh Hokari.
In conclusione, la mia personale idea è che durante il suo percorso di studi all’università di Chūō, Aoki apprese poco della pratica del bō dal maestro Egami (a causa dei motivi di salute di quest’ultimo o per sue scelte didattiche mirate) e che integrò le sue conoscenze grazie alla formazione del Rakutenkai. Non dimentichiamo che l’università di Chūō fu la sede in cui Hayashi ravvivò la fiamma del bō una decina di anni prima: è probabile che in quel determinato ateneo la tradizione del bastone continuò su quelle basi e che direttamente o indirettamente Aoki ne fu influenzato.

Ci avviciniamo ora ai giorni nostri, anno 1990, mese di Gennaio. Il sottoscritto, allora tredicenne, inizia la pratica del karate-dō, scuola Shōtōkai…yeeeeeeehhhh! 😀
Ricordo ancora che dopo pochi anni (ero ancora una cintura colorata, quindi all’incirca 1993/1994), fui introdotto alla pratica del bō dal mio maestro Paolo Borghesi, allievo del maestro Roberto Alpi. E’ storia ormai nota che in Italia, dopo la morte del maestro Murakami, lo Shōtōkai nel suo insieme subì una pletora di scissioni, abbandoni, creazione di gruppi isolati, picche e ripicche; e non è che in Giappone le cose andarono meglio quando alcuni anni prima morì Egami Sensei (basti ricordare l’epurazione di Miyamoto, la scissione e fondazione dello Yutenkai, ecc).
Senza fare della dietrologia senza senso, sono dell’idea inamovibile che da questi avvenimenti TUTTI hanno avuto solo da perdere e nessuno ci ha guadagnato.

Questo piccolo “rigurgito” del passato mi serve però per inquadrare la situazione di allora, al solo scopo di continuare nella ricerca. In particolare, dalle testimonianze degli allievi italiani più anziani di Murakami (tra i quali ringrazio il maestro Alpi e il maestro Romolini per la loro gentile disponibilità), sappiamo che egli non insegnò mai il bō: il che significa, quindi, che Murakami non fu mai esposto a questa pratica. Sempre il maestro Alpi mi ha raccontato che dopo la morte di Murakami ci furono i primi contatti col maestro Atsuo Hiruma (allievo diretto di Egami) e che già durante le prime visite in Spagna avvenute nel 1988, il maestro Hiruma insegnava il bō, kata compresi. Questi kata furono insegnati al maestro Alpi che li ritrasmise di conseguenza al mio maestro Paolo Borghesi ed infine giunsero anche a quell’allora ragazzino che ora vi sta scrivendo.
Sempre riguardo al maestro Hiruma, c’è da aggiungere che praticò karate sotto la guida del maestro Egami quando la salute di quest’ultimo si era già deteriorata. Secondo il sito della Italia Shotokai Karate-DO (I.S.K.Do), proprio a causa di questo fatto, Hiruma ebbe come istruttore anche Ayahito Sugimoto (1933-2005). Questo fatto è molto interessante, perché Sugimoto entrò a far parte del club di karate dell’Università di Chūō nel 1952 (e più avanti negli anni ne diventò anche il manager): è assai probabile che Sugimoto sia stato esposto agli insegnamenti di Hayashi e che quindi abbia imparato i kata di bō direttamente da quest’ultimo.

Da sinistra verso destra, i maestri Ayahito Sugimoto, Luca Lombardi, Atsuo Hiruma

C’è un punto che mi preme sottolineare, e cioè la progressione didattica dei kata di bō usata da Hiruma (il maestro Alpi mi ha confermato che apprese i kata proprio in quest’ordine già al tempo) e che è tuttora rimasta immutata nella scuola Shōtōkai di cui faccio parte:

  • Sueyoshi no Kon
  • Matzukaze no Kon
  • Sakugawa no Kon
  • Shirotaru no Kon

Questa progressione differisce da quella di Hayashi e di Aoki per quanto riguarda il kata Matzukaze no Kon: non è più l’ultimo dell’elenco, ma compare come secondo. Questo fatto è bizzarro, visto che nel sito della NKS il Matzukaze no Kon è l’unico kata ufficiale di bō nominato. Nella progressione adottata dal maestro Hiruma, com’era già successo per Aoki, continua invece a persistere il nome sbagliato del primo kata.

Chiudo questo lungo paragrafo riportando una comunicazione personale di Henning Wittwer, il quale mi ha confermato che il 27 Agosto 1987 allo Shōtōkan (il dōjō) di Tōkyō, la Shōtōkai/NKS organizzò un primo corso avente come tema principale proprio il bō e i relativi kata, al quale seguirono regolarmente eventi simili. Gli istruttori responsabili erano Hironishi e Yanagisawa.

L’anello mancante

Nei paragrafi precedenti abbiamo visto che alla fine degli anni ’30, all’interno dell’allora nuovo e fiammante Shōtōkan, la pratica del bō comprendeva 5 kata; uno di essi, Matzukaze no Kon, fu codificato ex-novo dal terzogenito di Gichin Funakoshi. Abbiamo seguito l’evoluzione della progressione didattica relativa a questi kata, e bene o male abbiamo capito come sono giunti fino ai giorni nostri. Abbiamo scoperto che durante gli anni bui della guerra si è rischiato che tutto si perdesse, ma per fortuna la fiamma è rimasta accesa.
Rimane però irrisolto il più grande degli interrogativi: da dove e come sono arrivati quei kata di bō all’interno dello Shōtōkan? Se siete stati dei lettori attenti, avrete notato che tra il paragrafo “Il secondo salto all’indietro” e quelli successivi, c’è uno stacco temporale di circa 10 anni. Cosa successe in quel periodo? Scopriamolo.

Il club universitario di Keiō

Nell’Ottobre del 1924 l’Università di Keiō istituisce il primo club di Karate universitario del Giappone, si tratta quindi del club più antico in assoluto.
Funakoshi è stato determinante per la nascita di questo club, tantè che ne sarà lo Shihan (師範 / istruttore) sin dall’inizio. Però come vedremo non sarà l’unico insegnante di karate del club, una situazione questa che esporrà i relativi membri anche ad altri tipi d’insegnamento.

Il nucleo del club di Karate dell’università Keiō, 1924. Tra i presenti ci sono le sette persone che ricevettero il grado di primo Dan da Funakoshi: Hironori Ōtsuka (fila in alto, secondo da destra), Shinkin Gima, Ante Tokuda, Shinyo Kasuya (professore di tedesco dell’istituto, seconda fila terzo da sinistra), Akiba, Shimizu Toshiyuki, Hirose.
Il club di Karate dell’università di Keiō, Febbraio 1929. A giudicare dal modo di vestire, si tratta probabilmente di una festa di laurea. Davanti, di fianco a Funakoshi, c’è il professor Shinyo Kasuya.

Nel Gennaio del 1933, il club organizzò un corso con Mōden Yabiku (1878-1941), un esperto di bō-jutsu proveniente dalla scuola di Masanrā Chinen. Ecco un resoconto di come si svolsero gli eventi:

“In occasione della venuta a Tōkyō di un rappresentante di spicco del bō-jutsu delle Ryūkyū, il signor Mōden Yabiku, fu organizzato un corso di bō-jutsu a cui parteciparono tutti i membri di “ampie-vedute” [cioè di mente aperta, “smart”] del club; il corso si tenne in un dōjō di jūdō a Tsunamachi, nei giorni 21, 23 e 25 Gennaio 1933. I partecipanti furono più di 60, ma a causa del poco tempo non fu possibile approfondite molto l’argomento; tuttavia imparammo Shūji-Kon e Sakugawa-Kon Shodan.
Dopotutto il bō-jutsu è Karate tenendo in mano un bō. Se una persona non conosce sufficientemente prima il karate, quella persona non conosce nemmeno l’utilizzo del bō. Anche dal punto di vista di chi vuole imparare i kata di bō, ci siamo resi conto dell’importanza del karate-dō. Per questo pensiamo che il corso abbia avuto senso.”

Al club dell’Università di Keiō la pratica del bō-jutsu era tenuta in grande considerazione. Non a caso per il decimo anniversario della nascita del club, il 21 Ottobre 1934 fu tenuta una dimostrazione di Karate in cui furono eseguiti molti kata a mani vuote ed anche due kata di bō: Shūji no Kon e Sakugawa no Kon.
Hayashi stesso, nel 1957 scrisse che “la probabilità di incontrare un praticante di karate capace di maneggiare anche il bō è più alta tra i vecchi laureati dell’Università di Keiō”.

Per quanto riguarda la nostra indagine, scopriamo che Isao Obata (功小畑, 1904–1976) entrò all’Università di Keiō nel 1923, e fu uno dei primissimi allievi di Funakoshi. A causa del terremoto di Kanto anche il dōjō dell’ateneo Keiō fu distrutto, ma fu ricostruito nel giro di un anno, cosicché gli allenamenti poterono riprendere già nel 1924. Nel corso degli anni successivi, Obata assistette Funakoshi nell’insegnamento del karate presso le università Takushoku, Waseda e Shoka (la futura Hitotsubashi). Obata fu anche il capitano del club di karate dell’Università di Keiō e nel 1926 ricevette la cintura nera direttamente da Funakoshi. Come mostra la seguente foto, Obata si è sicuramente esercitato nel bō sotto la guida di Gichin Funakoshi:

Obata (a sinistra) sta eseguendo una tecnica di difesa contro un attacco di bō (portato da Funakoshi). Questa foto è stata scattata all’interno di una sala dell’istituto Keiō, circa nel 1930. Funakoshi nel 1924 riuscì ad aprire il club di Karate in questa università grazie a una lettera di presentazione (firmata dal professor Shinyo Kasuya), con la quale chiese di utilizzare una sala dell’istituto già allora allocata (come dōjō di Kendō e Jū-jutsu…in cui insegnava Yasuhiro Konishi!), per insegnare il Karate.

Non sappiamo se Obata abbia imparato da Funakoshi qualche kata di bō, ma secondo quello che abbiamo intravisto seguendo Gichin e i suoi scritti, probabilmente Obata fu esposto solo alle relative kihon waza e imparò al più qualche tecnica di difesa (le stesse che Funakoshi presentò in Karate-Dō Kyōhan). Di sicuro Obata non poté partecipare al corso tenuto da Yabiku Mōden, poiché nel 1932 partì per la Manchuria e vi rimase per 10 anni lavorando come consulente economico della Manchurian Aviation Company.
Quando il Giappone entrò in guerra, il fratello di Obata si arruolò nell’esercito imperiale giapponese come ufficiale, e purtroppo trovò la morte nell’aspro combattimento di Iwo Jima; fu così che Obata, nel frattempo sposatosi, dovette tornare in Giappone per occuparsi della madre e della sorella. Obata poté riprendere l’addestramento sotto Funakoshi soltanto alcuni anni dopo la fine della guerra. In conclusione, nulla fa pensare che Obata conoscesse i kata di bastone: quindi non può essere stato lui la fonte di 4 delle 5 forme di bō dello Shōtōkan.

Il club dell’Università Imperiale di Tōkyō: parte I

A nemmeno un anno dalla fondazione del club di Keiō, anche l’Università Imperiale di Tōkyō si dotò di un proprio club di karate. Fu così che nell’Ottobre 1925 nacque il Tōkyō Teikoku Daigaku Karate Kenkyūkai (東京帝国大学唐手研究会 / letteralmente “Gruppo di studio del Karate dell’Università Imperiale di Tōkyō”). Gichin Funakoshi fu chiamato per assumere il ruolo di Shihan (istruttore), che manterrà fino al Dicembre 1929. Fu sicuramente motivo di vanto per Gichin, visto che l’università di Tōkyō era ed è considerata la più prestigiosa del Giappone (similmente a Oxford o Harvard).

Foto di gruppo del Tōkyō Teikoku Daigaku Karate Kenkyūkai (club di Karate dell’Università Imperiale di Tōkyō), Ottobre 1926. Funakoshi è seduto in seconda fila, quinto da destra.

A questo punto della storia, entrano in scena due personaggi cruciali per la nostra ricerca. Il primo è Mutsu Mizuho (il cui vero nome è Takada Mizuho / 高田瑞穂, 1898-1970), un giovane laureato dell’università di Keiō che lavorava come insegnante alla Tōdai (東大, è il nome moderno dell’Università Imperiale di Tōkyō). Mutsu era anche un praticante di Karate, i suoi insegnanti erano Gichin Funakoshi e Hironori Ōtsuka. Il secondo protagonista che vorrei introdurre è un giovane studente chiamato Miki Jisaburō (三木二三郎, 1904-1951), che nel 1928 entrò a far parte del club di karate della Tōdai, sotto la guida di Funakoshi.

Takada Mizuho, 1898-1970

Il karate che insegnava Funakoshi consisteva essenzialmente nella ripetizione continua dei kata, esattamente lo stesso metodo con cui lui aveva appreso il karate a Okinawa dai suoi maestri. Secondo il sito della Tōdai, questa pratica di stampo ortodosso (che Funakoshi non aveva intenzione di modificare) scontentò a lungo andare gli studenti, che si sentivano insoddisfatti e assai più attirati dal combattimento libero. In breve tempo molti studenti iniziarono a praticare bōgu kumite (防具組手, cioè combattimento con le protezioni) alle spalle di Funakoshi, sapendo benissimo che il maestro era profondamente contrario a questo tipo di pratica. Il desiderare tutto e subito fa parte dell’indole di ogni giovane, e ovviamente Miki e Mutsu non furono l’eccezione.
Nel luglio 1929 partirono per Okinawa, con lo scopo di studiare le tradizioni di combattimento autoctone dell’isola. Durante la loro permanenza, che durò qualche mese, visitarono eminenti insegnanti di karate e kobu-jutsu come Chōjo Ōshiro (1887–1935), Chōtoku Kyan (1870-1945), Mōden Yabiku (1882-1945), Chōjun Miyagi (1888-1953) e Kentsū Yabu (1866-1937). Tornati a Tōkyō, Miki e Mutsu misero per iscritto tutto ciò che impararono, e nel 1930 fu pubblicato Kenpō Gaisetsu (拳法概説, letteralmente “Compendio sul metodo del pugno”). Questo libro è pieno di dubbi e di critiche nei confronti di Gichin Funakoshi e del suo Karate; Mutsu ce lo dimostra in un passaggio piuttosto esplicito:

“Miki aveva eseguito Naifuanchi e Passai per Yabiku, ed egli asserì che i suoi kata non erano karate, ma semplicemente una danza senza vita”

Altamente irrispettoso e al tempo stesso preziosissimo, questo gioiello cartaceo chiamato Kenpō Gaisetsu cela una grande quantità di informazioni che sono state generalmente perse; non a caso fu anche la prima pubblicazione a contenere la descrizione dei kata Passai shō (Bassai shō), Kōsōkun shō (Kankū shō) e Gojūshiho (in due varianti), fino ad allora praticamente inesistenti in terra madre (Giappone). Inoltre è inclusa una sezione sul bō-jutsu di Okinawa nonché tre kata di bastone (六尺棒 / bastone lungo 6 shaku = 182cm), grazie al contributo di Chōjo Ōshiro e Mōden Yabiku, entrambi esperti della scuola Yamanni-ryū (山根流).

I tre kata di bastone presentati nel libro sono Shūshi no Kon (周氏之棍), Sakugawa no Kon (佐久川之棍) e Shirotaru no Kon (白樽之棍).

Miki imparò questi kata da Chōjo Ōshiro, che come lui stesso ci spiega era un eminente esperto di bō-jutsu:

“Ōshiro era conosciuto come un esponente di spicco nel bō-jutsu delle Ryūkyū. E il famoso maestro di bō-jutsu Yamane no Chinen era il suo insegnante.”

Al tempo Chōjo Ōshiro viveva nel quartiere Ōnaka (Ōnaka-chō) di Shuri e lavorava come insegnante regolare presso la scuola tecnica (工業学校 / Kōgyō Gakkō), dove impartiva anche lezioni di karate e di bō-jutsu ai giovani dell’epoca. In aggiunta, Ōshiro insegnava karate e kobudō alla “Scuola per insegnanti della prefettura di Okinawa” (沖縄県師範学校 / Okinawa-ken Shihan Gakkō), dove era attivo anche Kentsū Yabu.

In Kenpō Gaisetsu la descrizione delle tre forme di bastone è preceduta da una paginetta molto interessante, in cui gli autori elencano una serie di esperti di bō-jutsu assieme a una lista molto esaustiva di kata di bō. Molti nomi delle persone elencate sono seguiti dall’appellativo di 爺 (Jī in Giapponese) che significa “anziano” o “nonno”, ma inteso non in senso negativo, bensì come forma rispettosa. Nella lingua di Okinawa, lo stesso kanji si legge Tanmē (per gli anziani appartenenti alla classe dei Samurai) o Usumē (per tutti gli altri).

2 百年以前—-約三百年以後 (300-100 anni fa)
幸良小爺(Kōra Gwa)   宜野灣殿内(Jinōn DUNCHI; 灣 è la versione antica di 湾)   謝邊ノ親方(Sabī no UEEKATA)   棒ノ宮里(Bō no Miyazato)   津堅端多小(Chikin Hanta Gwa)   佐久川(Sakugawa)

3 百年以内 (“entro 100 anni”, inteso come “nel periodo degli ultimi 100 anni”)
末吉ノ親方(maestro Sueyoshi; s’intende Jinō Sueyoshi, 1847-1920)   當山ノ爺(Tōyama)   仲渠ノ爺 (qui c’è un errore nel testo, si voleva intendere 仲村渠, Nakandakari)   山ノ根ノ知念爺 (Yaman-nī no Chinen)   松村翁 (Matsumura okina, cioè “il venerabile” Matsumura; s’intende Sōkon Matsumura, 1809–1899)   新垣小 (Aragaki Gwā, s’intende Seishō Aragaki, 1840–1918)

棒の名稱 (nomi dei [kata di] bō)

1 周氏の棍 二ツ (Shūshi no Kon, due versioni)
2 佐久川の棍 四ツ (Sakugawa no Kon, quattro versioni)
3 米川の棍 (Yonegawa no Kon)
4 白樽の棍 (Shirotaru no Kon)
5 志喜屋仲の棍 (Shikiyanaka no Kon)
6 趙雲の棍 (Chōun no Kon)
7 長棒 (Naga bō)
8 昭琉の棍 (Shoryu no Kon)
9 津堅棒—-砂掛 (Tsuken bō anche conosciuto come Sunakake)

Una volta tornato a Tōkyō nell’autunno 1929 (quindi prima della pubblicazione di Kenpō Gaisetsu), Miki iniziò a insegnare i kata appresi a Okinawa all’interno del club di karate della Tōdai. I membri di questo club, Miki compreso, sfoggiarono i nuovi kata nel Novembre 1929, durante una dimostrazione pubblica: Miki si esibì nel Sakugawa no Kon, altri studenti nel Shūshi no Kon. Funakoshi, che ancora ricopriva il ruolo di capo istruttore, si esibì nel kata Naihanchi Shodan. L’anno successivo (Maggio 1930), in occasione dello stesso tipo di evento, gli studenti esibirono il kata Shirotaru no Kon: questa volta però Funakoshi non fu presente alla dimostrazione, perchè nel Dicembre dell’anno precedente (1929) successe un evento che è, dal mio punto di vista, molto significativo. Per capirlo appieno, riassumiamo brevemente gli eventi fin qui narrati:

  • Ottobre 1925, nasce il club di karate dell’Università Imperiale di Tōkyō, l’università più prestigiosa di tutto il Giappone
  • Viene chiamato Gichin Funakoshi a ricoprire il ruolo di capo istruttore
  • 1928, Miki Jisaburō entra a far parte del club di karate; Mutsu Mizuho lavorava nell’ateneo come insegnante. Miki era praticamente un totale novellino (riguardo al karate), e Mutsu studiava sotto la guida d Funakoshi e Ōtsuka (quest’ultimo era assistente di Funakoshi)
  • Luglio 1929, Miki e Mutsu partono per Okinawa dove imparano una serie di kata (sia a mano vuota che di bō) da vari esperti locali
  • Autunno 1929, Miki e Mutsu tornano a Tōkyō e in totale sfregio alla gerarchia vigente, Miki “passa” i kata di bō (appresi a Okinawa) ai membri del club di karate
  • Novembre 1929, si svolge la “Dimostrazione d’Autunno” e i membri del club di karate sfoggiano 2 dei 3 kata di bō appresi da Miki (quindi al di fuori degli insegnamenti di Funakoshi che era, ricordiamolo, l’istruttore capo). In qualità di Shihan anche Funakoshi si esibisce nel kata Naihanchi
  • Già negli anni precedenti gli studenti del club di karate avevano iniziato ad esercitarsi nel bōgu kumite, alle spalle di Funakoshi (fortemente contrario a questo tipo di pratica); da questo punto di vista, ci mise lo zampino anche Hironori Ōtsuka, anch’egli in cerca di “qualcosa di più dinamico”
Un incontro (試合 / shiai) di bōgu kumite (combattimento con le protezioni) al club di Karate dell’Università Imperiale di Tōkyō, 1929. Funakoshi era fortemente contrario a questo tipo di pratica.

Il comportamento di Mutsu, Miki, e tutti gli altri studenti fu un sonoro affronto a Funakoshi, al suo karate e ai suoi principi morali. Invece di prenderli a schiaffi e metterli in riga, Funakoshi scelse la via di minor resistenza, in puro stile Taoista: nel Dicembre 1929 rassegnò le dimissioni, abbandonando di fatto il secondo club di Karate più antico del Giappone, all’interno dell’ateneo più prestigioso. Sono certo che per Funakoshi non fu affatto facile, ma tenne virtuosamente dritta la barra dei propri principi morali e del proprio karate.

Un’altra foto scattata all’interno del club di Karate dell’Università Imperiale di Tōkyō, 1929 circa.

Nel periodo che va dall’Aprile 1933 al Dicembre 1936, fu Mutsu a ricoprire il ruolo di insegnante nel club di karate. Dopodiché fu costretto a dimettersi per aver usato senza permesso il nome della Karate Kenkyūkai durante l’annuncio della sua candidatura politica per la “Camera bassa”. Questo fatto non fa altro che confermare la scarsa caratura morale di mister Mizuho. Subentrò al suo posto (ma guarda un po’!) Hironori Ōtsuka, il quale nel 1938 registrerà il proprio stile di karate (presso il Dai Nippon Butoku Kai) col nome di Shinshū Wadō-ryū Karate Jutsu (神州和道流空手術, successivamente abbreviato in Wadō-ryū / 和道流) e fonderà la Wadō-kai (和道会), cioè l’organizzazione all’interno della Japan Karate Federation (JKF) per la pratica dello stile di karate Wadō-ryū. Ōtsuka ha sempre stressato di più l’importanza del kumite rispetto alla pratica dei kata, e di certo ne furono felici i giovanotti del club di karate della Tōdai, tant’è che questo ateneo da allora in poi diventò famoso, nell’ambito del karate, come scuola centrale del Wadō-ryū; gli altri centri principali furono l’università Meiji (明治大学 / Meiji Daigaku), l’università Nihon (日本大学 / Nihon Daigaku) e l’università di Agricoltura di Tōkyō (東京農業大学 / Tōkyō Nōgyō Daigaku).

Il club dell’Università Imperiale di Tōkyō: parte II

Abbiamo visto gli eventi salienti che accaddero alla Tōdai tra gli anni 1925 e 1936. Il destino volle che due giovani “spavaldi”, un ventenne di nome Miki Jisaburō e un trentenne di nome Mutsu Mizuho, non contenti del karate insegnatogli da Gichin Funakoshi, andassero a studiare presso alcuni esperti di Okinawa. Si può convenire che un’arte complessa come il karate non si possa “capire” nel giro di pochi anni: è palese che al tempo, la comprensione che Miki e Mutsu avevano dell’arte era assolutamente insufficiente per poter criticare l’operato di Funakoshi. Ma non si può andare contro la propria natura, qualunque essa sia: fu così che i due giovani scalpitarono, mentre il saggio maestro si fece da parte.

Miki Jisaburō in un passaggio del kata Shūshi no Kon.

Ma il destino a volte ci sorprende, e anche il comportamento irrispettoso di Miki e Mutsu portò qualcosa di buono con sé. Mi riferisco al libro che scrissero (Kenpō Gaisetsu) e soprattutto ai tre kata di bō che ritrasmisero all’interno del club di karate dell’Università Imperiale di Tōkyō. Essì, perché nell’ombra, durante lo svolgersi di tutti questi avvenimenti, c’era un’altra persona che frequentava l’ateneo…lo abbiamo già visto nei primi paragrafi…anch’egli poco più che ventenne…e con uno spirito indomito decisamente fuori dal normale…Esatto, Gigō Funakoshi! Se a questo punto del viaggio vi siete persi, tranquilli, vi basterà rileggere il paragrafo “Il secondo salto all’indietro: tale padre tale figlio (mica tanto)”; per agevolarvi, riporto di seguito le due dichiarazioni più importanti già presentate nel paragrafo:

  • Hironori Ōtsuka ci dice che “A quel tempo [1930] Yoshitaka Funakoshi lavorava come tecnico radiologo all’Università Imperiale di Tōkyō”.
  • Shigeru Egami racconta che “Questo accadeva nel 1934…quando Shimoda scomparve, il suo incarico fu rilevato dal terzo figlio del Maestro, Gigō…a ogni modo, giacché era assunto come tecnico specializzato in raggi X all’Università Imperiale di Tōkyō e lavorava anche al Ministero dell’Educazione…”

In pratica sappiamo da fonti certe che Gigō Funakoshi lavorava presso la Tōdai tra gli anni 1930 e 1934, cioè durante la piena diffusione dei kata di bō importati da Okinawa grazie a Miki e Mutsu. E’ altamente probabile che Gigō abbia imparato i kata Shūshi no Kon, Sakugawa no Kon e Shirotaru no Kon proprio da Miki e/o Mutsu. Un’altra ipotesi è che Gigō abbia imparato questi kata di bō solamente assistendo agli allenamenti del club di karate e alle relative dimostrazioni pubbliche. In aggiunta è plausibile che Gigō fosse venuto in possesso di una copia di Kenpō Gaisetsu. Queste tre ipotesi non si autoescludono, e anzi la verità potrebbe consistere in un mix delle tre opzioni.

Sappiamo che la fonte originaria dei suddetti kata è Chōjo Ōshiro, il noto esperto di bō-jutsu della scuola Yamanni-ryū. Diverse fonti scritte e orali confermano che Gigō Funakoshi era solito tornare a Okinawa ogni tanto, per fare visita alla madre e alle sorelle (dato che non si trasferirono mai in Giappone), e per approfondire lo studio dell’arte con alcuni esperti dell’isola. Tra questi c’era anche Chōjo Ōshiro, dal quale probabilmente ricevette istruzioni dirette sul bō e sui relativi kata (ma non solo, Ōshiro lo istruì anche sullo yoko geri…).
Riporto di seguito le testimonianze più accreditate:

  • senza riferire date precise, Hironori Ōtsuka ha dichiarato che “dopo essersi stabilito in Giappone, Yoshitaka è tornato a Okinawa per un mese”
  • Okano Tomasaburo ci dice che quando cominciò lo studio del karate presso lo Shōtōkan, all’inizio degli anni ’40, Yoshitaka viaggiava avanti e indietro da Okinawa per compiere ricerche sull’arte
  • in Karate-Dō Nyūmon (1943), Gichin Funakoshi racconta che “Circa dieci anni fa [quindi nel 1933 circa] ho ricevuto la lettera di un anziano signore che mi disse “Conosco un kata che non ho mai insegnato a nessuno, ma desidero trasmetterlo a Lei prima di morire”. Ho davvero apprezzato le sue gentili intenzioni, ma sfortunatamente il lavoro non mi permetteva di liberarmi facilmente per fare il viaggio da Tōkyō a Okinawa. Proprio in quel periodo, tuttavia, il mio terzogenito Gigō aveva degli affari di cui occuparsi a Okinawa, quindi chiesi all’anziano signore di insegnare il kata a mio figlio”
  • Jōtarō Takagi scrisse che “da quello che so, quando il maestro Yoshitaka prese il posto di Takeshi Shimoda, tornò nella sua città natale di Okinawa e studiò ‘qualcosa’”, aggiungendo tuttavia che “non ho modo di sapere cosa fosse però”
  • anche Mitsusuke Harada menziona i viaggi di Yoshitaka a Okinawa; Harada dice di avere parlato con Morio Higaonna (maestro di Gōjū-ryū), il quale gli disse di aver sentito parlare di queste visite a Okinawa da Shinkin Gima. A tal riguardo, in una lettera privata del 1995, il ricercatore Graham Noble riceve (non direttamente da Higaonna, ma da un suo intermediario) l’informazione che “Higaonna Sensei studiò i kata di bō con Gima Sensei in qualche occasione. Gima Sensei gli insegnò un kata che disse di aver appreso da Yoshitaka Funakoshi. Gima affermò che il kata di bō di Yoshitaka era molto potente, ed aggiunse che Yoshitaka andava di tanto in tanto a Naha e studiava Shuri-te, ma quali kata apprese o da chi, non fu mai detto al maestro Higaonna”
  • Masatoshi Nakayama (fondatore della JKA), in una sua intervista rilasciata per il libro “Karate Masters Vol.1” di Jose M. Farguas, parlando di Funakoshi padre ci dice che “Per esempio, suo figlio Yoshitaka andò a Okinawa e tornò col kata Sochin”

Sono sicuro che Gichin, in occasione delle visite di Gigō a Okinawa, abbia quanto meno scritto delle lettere alla moglie per avvisarla. Sempre in concomitanza di questi viaggi a Okinawa, è altamente probable che Gichin scrivesse anche ai maestri coi quali Gigō si sarebbe poi allenato, se non altro per ringraziarli. Gishō Funakoshi (1926-2007), il nipote di Gichin, ereditò la corrispondenza fra Gichin e la moglie Gozei, ma dopo la sua morte avvenuta nel 2007, non è noto in quali mani siano andate a finire le lettere. Ad oggi rimane una strada ancora da battere.

Conclusioni

Siamo giunti finalmente alla fine di questo lungo viaggio. Spero che leggendo questo breve scorcio di casa Shōtōkai vi siate appassionati almeno quanto io mi sono divertito a scriverlo. C’è voluto un po’ di tempo per mettere insieme le idee e il materiale, ma ho cercato di fare del mio meglio. Molto probabilmente ci saranno errori nella narrazione, date e nomi Giapponesi…se qualcuno di voi se ne accorge vi prego di farmelo sapere, sarà mia premura correggere e rettificare il prima possibile (ma già da ora vi dico grazie). Nel mio piccolo ho cercato di essere il più obiettivo e preciso possibile, ma soprattutto spero di aver raggiunto il mio scopo: regalare a tutti i praticanti Shōtōkai quel tepore che solo il conoscere e il ricordare le proprie origini (marziali) può donare.

Lignaggio informale del sistema stilistico di bō dello Shōtōkai

Prima di arrivare alla ciliegina sulla torta, vorrei fare un breve cenno sulla scuola Yamanni-ryū (山根流, Yamanni è la pronuncia Okinawense, in Giapponese si legge Yamane), che come abbiamo visto costituisce l’origine del sistema stilistico di bō dello Shōtōkai. Buona parte delle informazioni che seguiranno sono tratte da “Okinawan Karate (Kobudo & Te) Teachers, Styles and Secret Techniques” di Mark Bishop.

L’appellativo di Yamanni (山 / yama, cioè montagna e 根 / ne, cioè radice o base; globalmente traducibile come “alla base della montagna”) venne dato al maestro di kobu-jutsu Masanrā Chinen / 真三良知念 (1842-1925 alcune volte scritto come 三良知念 / Sanrā Chinen e trascritto altre volte come Sandā Chinen) perchè si dice che passò diverso tempo in ritiro sui monti prima di codificare il proprio sistema stilistico. Il lignaggio di Masanrā risale al padre Chinen PECHIN (conosciuto anche come Yamagusuku Andaya) e a un parente di nome Shichiyanaka Chinen (1780-1841). Andando a ritroso, Chinen PECHIN fu allievo di Sakugawa SATANUSHI (Kanga Sakugawa, 1733-1815), mentre Shichiyanaka Chinen fu allievo del maestro Soeishi (un importante signore feudale del villaggio di Ona, Shuri). Tornando a Masanrā Chinen, dopo la sua morte, suo figlio Masami Chinen (1898-1976) denominò lo stile di famiglia Yamanni-ryū in onore del padre. Oltre al proprio figlio, Masanrā ebbe due studenti illustri (che abbiamo già incontrato durante tutto l’articolo), più precisamente Mōden Yabiku (1878-1941) e Chōjo Ōshiro (1887–1935, di quest’ultimo si dice che che fu presentato a Masanrā Chinen grazie alla stretta amicizia con Mōden Yabiku).
Mōden Yabiku ebbe come allievo famoso Shinken Taira (1879-1970, è interessante sapere che Taira studiò karate anche con Gichin Funakoshi); di quest’ultimo vorrei citare due dei suoi allievi più noti: Motokatsu Inoue (1918-1993) e Eisuke Akamine (1925-1998).

Per quanto riguarda i kata tramandati nella scuola Yamanni-ryū, ho deciso di trascrivere due liste. La prima è quella riportata da Hiroshi Akamine (figlio di Eisuke Akamine) nell’intervista apparsa su “Fighting Arts” #51:

  • Shushi no Kon
  • Sakugawa no Kon
  • Yonegawa Hidari bō
  • Shirotaru no Kon

Il secondo elenco compare invece in una rara intervista del 1967 che Shōshin Nagamine fece a Masami Chinen:

  • Sakugawa no Kon (Dai, Chū, Shō)
  • Shūshi no Kon (Dai, Shō)
  • Yonegawa no Kon
  • Tsuken Bō (aka Sunakaki Bō) (Dai, Shō)
  • Shirotaro no Kon

Come abbiamo già visto in una pagina introduttiva di Kenpō Gaisetsu, possiamo dare per assodata l’esistenza di più versioni dei kata Shūshi no Kon e Sakugawa no Kon, mentre sembrerebbe confermata l’esistenza di un unico kata Shirotaru no Kon.
Arrivati a questo punto vi lascio alla lettura del prossimo paragrafo, in cui mi sono cimentato nella trascrizione e traduzione del kata Shūshi no Kon così come viene presentato in Kenpō Gaisetsu. Dati i miei modesti mezzi vi assicuro che è stata una impresa titanica, ed è altamente probabile che la traduzione presenti lacune ed errori. Anche in questo caso, se avete correzioni da suggerire non esitate a farlo!

Shūshi no Kon presentato in Kenpō Gaisetsu (1930)

Vorrei aprire questo paragrafo ringraziando prima di tutto due persone. La prima è Sachiko Iwabuchi dell’università delle Hawai’i, per avermi aiutato a rintracciare e comprare una copia di Kenpō Gaisetsu. La seconda è il mio amico Ito, per avermi aiutato con buonissima parte dei kanji antichi e per avermi dato preziose delucidazioni su alcuni modi di scrivere andati ormai del tutto in disuso. 🙇‍♂️🙏

Passiamo ora al kata Shūshi no Kon / 周氏の棍, che tradotto letteralmente significa “Il bastone di mister Shū”. Il signor Shū di cui stiamo parlando (pronunciato Zhōu in Cinese) era un nativo di Shanghai emigrato a Okinawa all’inizio dell’800, dove visse nei pressi del tempio di Sōgen (曹源寺 / Sōgen-ji), nel villaggio di Asato (Naha).
Abbiamo già visto che esistono più versioni del kata Shūshi no Kon, ma quella presentata in Kenpō Gaisetsu è una forma antica, dalla quale probabilmente sono state derivate le varianti Dai e Shō presenti in molte scuole di kobudō. Questa forma antica compare in due lignaggi:

  • Shinken Taira → Motokatsu Inoue in questa linea di trasmissione il kata è chiamato Shūshi no Kon Chū
  • Shinken Taira → Eisuke Akamine in questa linea di trasmissione il kata è chiamato Koryū Shūshi no Kon (cioè Shūshi no Kon di “antica scuola”)

Prima di passare alla traduzione del kata presentato in Kenpō Gaisetsu, vorrei riportare un’ultima informazione: Shūshi no Kon era il kata favorito di Masami Chinen, tant’è che il maestro lo praticò ogni giorno della sua vita, fino al giungere del fatal sospiro. Dal punto di vista tecnico il kata risulta piuttosto corto, ma si dice che sia difficile da padroneggiare poiché contiene, nella sua compattezza, una serie di tecniche insolite: senza ombra di dubbio costituisce un kihon gata, e come tale merita di essere approfondito seriamente.

Note sulla traduzione

Trattandosi di un libro scritto nel 1930, Kenpō Gaisetsu presenta una enorme quantità di kanji antichi, ormai non più usati. Nel 1946, la lista dei kanji usati (nella lingua Giapponese) per la scrittura subì una semplificazione: si passò dalla Kyūjitai (旧字体 / “forma antica dei caratteri”) alla Shinjitai (新字体 / “nuova forma dei caratteri”). Il passaggio dalla forma kyūjitai alla forma shinjitai è stato fatto riducendo il numero dei segni presenti nel kanji, ovvero sostituendo un componente complesso del carattere con uno più semplice. Oltre a questo aspetto, il testo del libro riporta alcuni modi di scrivere andati in disuso, come ad esempio usare il katakana al posto dell’hiragana (perché ritenuto troppo “femminile”). Ringrazio di nuovo il mio amico Ito per avermi aiutato con questo tipo di complicazioni, grazie Ito!

A favore di tutti gli appassionati, di seguito riporto una tabella con i kanji antichi che ho incontrato nella descrizione del kata, la versione più moderna e alcune note correlate.

Versione anticaVersione moderna‎   ‏‏‎ Significato / note
nome
spiegazione
corpo
spirito, mente, cuore; nel testo compare in 氣を付け / “Ki o tsuke”, col significato di “attenzione”
entrambi, due
venire
punto
colpire
immagine, disegno
è un modo andato in disuso, indica di ripetere lo stesso suono due volte; ad esempio まゝ si legge “mama”, ころゝゝ si legge “koro koro”
coppia
indica il numero tre, per lo più usato nei documenti legali; nel testo compare sempre seguito da 照, insieme 參照 ha il significato di “riferirsi” o “fare riferimento”
コメカミこめかみ(in kanji 顳) tempia; la forma antica usa unicamente il katakana. Benché nell’uso corrente il katakana sia usato soprattutto per la trascrizione di parole straniere e di nomi propri intraducibili, nel periodo poco antecedente la seconda guerra mondiale il governo Giapponese decise che l’hiragana era un po’ troppo “femminile”, di conseguenza in quel periodo si usavano quasi esclusivamente katakana e kanji. Un esempio:
ねぢるねじる / 捻るavvitare, torcere
disegno, immagine
cambiare (o strano)
oltre
posto, luogo
associazione, club, assemblea
nel testo è usato per un nome di persona, 宜野灣 / Ginowan
corrisponde al の in hiragana, ma nel testo non viene usato per esprimere il possessivo. Al contrario è usato per rendere l’oggetto della frase come un aggettivo, ed è una modalità espressiva non più usata. Ito ha provato a spiegarmelo più volte, ma devo ammettere che mi è ancora un po’ oscuro😒
棍 / kon
棒 / bō
asta, bastone; sono due kanji che hanno sostanzialmente il medesimo significato.
Il primo compare nei nomi dei kata di bastone ed è un termine maggiormente usato a Okinawa, il secondo è il termine classico Giapponese per indicare il bastone. Bizzarria vuole che uniti insieme formino la parola 棍棒 / Konbō che significa clava (l’arma)

Il kata

棒型の構成並說明 (Struttura dei kata di bō e spiegazioni)
姿勢は各棒共通 (La posizione è comune a tutti i [kata di] bō)
姿勢 (Posizione)

一、周氏の棍 (Shūshi no Kon)
1、A方に面し「氣を付け」ー徒手體操ーの姿をなし、右手を右側に自然に垂らし、棒を體と平行に接して握る。 左手は額前を通つて右側の棒を握る。 左握手個所よりり左端迄の長さと右握り手個所より左端迄の長さを相等しくし、地上から七、八寸離す。 左握り手個所より先端迄の長さは一尺八寸内外とし、棒の全長は六尺である。

1 “Ki o tsuke” (氣を付け / attenzione) in direzione A, con la mano destra che pende in maniera naturale lungo la parte destra, tenendo il bō parallelo al corpo. La mano sinistra impugna il bō all’altezza della parte destra della testa. Fare in modo che la distanza tra l’impugnatura della mano sinistra e l’estremità sinistra del bō sia uguale alla distanza tra l’impugnatura della mano destra e l’estremità sinistra [qui c’è chiaramente un errore nel testo, si voleva intendere l’estremità destra] del bō [in pratica si vuole sottolineare la tripartizione del bō] e che il bō sia sollevato dal suolo per 7 o 8 sun [寸/sun unità di misura corrispondente a circa 3.03 cm; in pratica il bō deve distare tra 21 e 24 cm da terra]. La distanza tra l’impugnatura sinistra [nel testo poi specifica sia internamente che esternamente, stressando quindi il concetto della tripartizione del bō] e la punta del bō è di circa 1 shaku [尺/shaku unità di misura corrispondente a circa 30.3 cm] e 8 sun [quindi un totale di circa 54 cm], la lunghezza totale del bō è di 6 shaku [circa 182 cm].

2、右足原位置。 左足を一歩後ーB方向ーに引くと共に棒の右端を先にし前方—A方向の敵を梢斜上より打ち下す。 兩握り手は中點の方向に相等しく接近せしめるのは左足を後に引くと同時にして、兩握り手の問隔は約二尺となる。 棒は體の左側に來り、右握り手前方、左握り手後方にて左脇附近にある。 棒は左側に於て稍々前方を上げて體を貫通したる型である。

2 Piede destro fisso nella sua posizione. Il piede sinistro va arretrato di un passo lungo la direzione B, e avendo caricato prima l’estremità destra del bō, si colpisce il nemico lungo la direzione A, diagonalmente, dall’alto verso il basso [tipo kesa giri]. Entrambe le mani si trovano nella direzione del punto centrale nello stesso momento in cui il piede sinistro viene fatto arretrare, la distanza tra le due mani è di circa 2 shaku [60 cm]. Il bō si trova sul lato sinistro del corpo, la mano destra è avanzata, la mano sinistra è arretrata sul fianco sinistro. La parte frontale del bō è rialzata in modo tale da perforare il corpo.
3、右足原位置。兩握り手原個所。 左足を一歩ーA方向ー前出すると共に、右足約一歩の間隔を取って並べる。 體と棒とは相對的に原位置。

3 Piede destro fisso nella sua posizione. Entrambe le prese delle mani non cambiano. Il piede sinistro avanza di un passo in avanti nella direzione A e a circa un passo di distanza dal piede destro [in pratica il piede sinistro si sposta diagonalmente per allinearsi orizzontalmente al piede destro. NB: non viene specificata la posizione di arrivo, più avanti nel testo si parlerà di Naihanchi dachi, qui no e presumibilmente sarà quindi una sorta di shiko dachi]. Il corpo e il bō sono mantenuti invariati nelle relative posizioni uno rispetto all’altro.

4、兩足原位置。 兩握り手原個所。 唐手の後方猿臂攻擊的に兩手を同時に後方ーB方向ーに出して後方の敵を棒の左後方端で突く。 然る後そのまゝ前方に同じく突出して前方ーA方向ーの敵を棒の右前方の端で突く。 ②の繪を参照せられたし。

4 Entrambi i piedi mantengono la loro posizione. L’impugnatura delle mani rimane invariata. [la parte iniziale della frase che segue non è molto chiara…] Come una violenta gomitata all’indietro di karate [scritto come mano cinese], entrambe le mani vengono spinte all’indietro lungo la direzione B e si colpisce il nemico alle spalle con l’estremità posteriore sinistra del bō. Successivamente il bō viene spinto anche in avanti lungo la direzione A per colpire l’avversario con l’estremità anteriore destra del bō. Fare riferimento all’immagine numero 2.

5、兩足原位置なれど眼玉を左側ーC方向ーに向けると共に體も左足前屈足立となり、左手上、右手下となりて棒を握り左側を防禦する。兩握り手問隔は前と同じく約二尺である

5 Mantenendo i piedi nella loro posizione, lo sguardo è diretto a sinistra nella direzione C e anche il corpo si gira portandosi in uno zenkutsu-ashi-dachi [前屈足立, finalmente compare un nome formale di posizione] sinistro. La mano sinistra si alza, la mano destra si abbassa, eseguendo una difesa sinistra. La distanza tra le due impugnature è di circa 2 shaku come prima.
6、兩足原位置なれど體眼を右側ーD方向ーに向けると共に右足前屈足立となると同時に兩握り手原個所のまゝ右側に持來し、右側を防禦する。 ⑤の繪參照されたし。

6 Mentre entrambi i piedi mantengono la loro posizione, lo sguardo e il corpo si girano a destra nella direzione D [quindi di 180 gradi] in uno zenkutsu-ashi-dachi destro. Contemporaneamente entrambe le mani vengono portate a destra, eseguendo una difesa del lato destro. Fare riferimento all’immagine numero 5.

7、兩足原位置。體、眼、足立は⑥に同じ。右握手を右肩附近に持來しながら斜右上より打下す。 右握り個所前方、左握り個所左脇腹附近に接せしめる。 然る後棒をねぢて敵の持物をねぢ落す。 ②を參照されたし。

7 Entrambi le gambe mantengono la loro posizione. Corpo, sguardo e posizione dei piedi rimangono come alla fine della descrizione numero 6. L’impugnatura della mano destra viene rialzata vicino alla spalla destra per poi scendere, diagonalmente, da in alto a destra verso il basso. [il solito colpo a taglio diagonale kesa giri / kesa kake]. L’impugnatura destra è avanzata e quella sinistra premuta contro il lato sinistro del corpo. Dopodiché avvita il bō [è usato il verbo ねじる / nejiru / torcere nella sua forma antica ねぢる, vedi tabella] e fai cadere l’arma del nemico. Fare riferimento all’immagine numero 2.

8、兩足原位置なれど體眼を右側ーC方向ーに向け、C方向猫足立となり、左握り手個所が左肩頭を距ること約五寸、右握り手個所が右骨盤附近を距ること約一尺にして棒は左上、右下に向ひ體と交錯する。 左足先を地につけ所謂前屈足立となると同時に左握り手個所を下におろし下段を打つと共に右握り手個所は右肩頭を距ること約五寸の所に持ちあげる。 右手握り個所右肩斜上に持ち來り、前位置にもどすと共に左指は環の如く原位置に於てゆるめ、兩足を同じくC方ー前方ーにすり出すと共に棒をすべらして前方ーC方ー下段を突く。

8 Dalla posizione precedente, girare lo sguardo e il corpo a destra [qui c’è un errore nel testo originale, ovviamente si intende a sinistra] nella direzione C assumendo la posizione di neko-ashi-dachi [猫足立 / posizione del gatto], l’impugnatura della mano sinistra è a circa 5 sun [15 cm] di distanza davanti alla spalla sinistra, l’impugnatura della mano destra si trova a circa 1 shaku di distanza dal lato destro del bacino. In questa posizione il bō attraversa il corpo da in alto a sinistra verso in basso a destra.
Con la punta del piede sinistro a contatto col suolo portarsi col piede sinistro nel cosiddetto zenkutsu-ashi-dachi. Contemporaneamente la mano sinistra scende mentre la mano destra viene sollevata fino circa 5 sun davanti alla spalla destra, di fatto colpendo in basso [下段 / gedan; in pratica si esegue un colpo/spazzata verso il basso].
L’impugnatura della mano destra viene sollevata [diagonalmente] sopra la spalla destra mentre le dita della mano sinistra, rimanendo nella stessa posizione, formano una presa [viene usato il termine 環 / wa / anello, cerchio, ruota] “leggera”/allentata” [cioè non stretta, in quanto il bō deve essere libero di scorrere; viene usato l’hiragana ゆるめ / yurume]. Entrambi i piedi scivolano in avanti nella direzione C e contemporaneamente il bō, scorrendo, colpisce gedan.
9、兩足原位置。 八字足立となってA方に向くや右斜前方に右足を一歩踏出し。 左足を右足に引きつけー氣を付け足立ーとなると共に棒を斜右上から打下し前方をたゝく。 棒は體の左側にありて右握り手個所前方、左握り手個所後方脇附近に來る。 ②の繪を參照されたし。

9 Dalla posizione precedente, girarsi a destra in direzione A [cioè ci si gira verso destra di 90 gradi; il testo dice inoltre che effettuando questa rotazione ci si dovrebbe trovare in Hachiji-ashi-dachi / 八字足立, il che sottolinea il fatto che le posizioni siano abbastanza corte e rialzate, non lunghe] e con il piede destro avanzare di un passo diagonalmente verso destra. Unire il piede sinistro al destro per portarsi nella posizione di attenzione (氣を付け / ki o tsuke) e allo stesso tempo colpire con il bō frontalmente da in alto a destra verso il basso [con un “taglio” diagonale si colpisce l’avversario che sta di fronte a noi]. Il bō giace sul lato sinistro del corpo, l’impugnatura della mano destra è avanzata, l’impugnatura della mano sinistra è arretrata di fianco. Fare riferimento all’immagine numero 2.

10、右足を一歩前出ーA方向ーすると共に⑨の動作をなす。

10 Muovere il piede destro di un passo in avanti in direzione A e contemporaneamente eseguire i movimenti descritti al punto 9.

11、右足を一歩前出ーA方向ーすると共に⑩の動作をなす。

11 Muovere il piede destro di un passo in avanti in direzione A e contemporaneamente eseguire i movimenti descritti al punto 10.

12、右側ーF方向ーに左足を一歩横出すると共に左足も進め右足前に交錯する。 左握り手個所は右コメカミを距ること約一尺、右握り手個所は右骨盤附近を距ること約一尺八、九寸にして右側ーF方向ーを守る。(左圖參照)

12 Spostare il piede destro di un passo nella direzione F [cioè a destra] e contemporaneamente incrociare di fronte ad esso il piede sinistro [NB: alcuni ritengono che l’incrociare “davanti” sia sbagliato, ed in effetti nella linea di trasmissione della famiglia Akamine si incrocia “dietro”, cioè assumendo una kōsa-dachi; personalmente ritengo che invece sia corretto, visto che nella linea di trasmissione di Motokatsu Inoue il movimento viene eseguito esattamente come descritto qui nel testo]. L’impugnatura della mano sinistra si sposta a circa 1 shaku davanti alla tempia destra [tempia è scritto come コメカミ invece del più canonico こめかみ], l’impugnatura della mano destra a circa 1 shaku e 8/9 sun [tra i 54 e 57 cm, il che evidenzia che il bō è inclinato, non perpendicolare al pavimento] di distanza davanti al bacino destro. (vedere la figura a sinistra [cioè la figura numero 12])
13、左足を交錯より解き、一足E方向に退出すると同時に左足を後足となし、右握り手個所を肩附近に持來るやF方向に右足前屈足立となり、斜右上よりーF方向ーたゞ下す。 然る後棒をねぢる。 兩握り手個所⑦に同じ。 (右前方)

13 Disincrocia il piede sinistro spostandolo di un passo all’indietro in direzione E e contemporaneamente porta l’impugnatura della mano destra vicino alla spalla [destra]. Ora fai un passo avanti con il piede destro in direzione F in zenkutsu-ashi-dachi [finalmente si chiarisce l’uso di una sorta di fumi kae per generare potenza col bō] e colpisci diagonalmente da in alto a destra verso il basso in direzione di F [l’ennesimo taglio diagonale verso l’avversario che ci sta di fronte]. Dopodiché avvita il bō [viene usata di nuovo la forma antica ねぢる]. Entrambe le mani sono nella stessa posizione di cui al punto 7. (destra davanti)

14、兩足原位置。 體眼E方向に向ひ下段打をなす。 ⑧の動作に等し。 但しすべらし突かぬ。

14 Dalla posizione precedente, gira lo sguardo e il corpo in direzione E [di 180 gradi a sinistra in senso antiorario] ed esegui un colpo gedan. Prosegui esattamente come al punto 8, tuttavia senza la stoccata. [cioè senza eseguire la tecnica in cui si carica il bō e si colpisce facendolo scorrere; questo potrebbe essere un errore o una dimenticanza dell’autore, in tutte le versioni di questo kata il colpo c’è…].

15、左足原位置。 右足を左足前ーE方向ーに一歩出して前方ーE方ーを守る。 兩手握り個所、棒の位置は⑫に等し。

15 Mantieni la posizione del piede sinistro. Posiziona il piede destro un passo avanti davanti al piede sinistro in direzione E ed esegui una difesa in direzione E. La posizione delle due mani e la posizione del bō sono uguali al punto [e figura] 12.

16、兩足原位置。 E方に向つて左前屈足立、斜右上よりE方に向つて打ち下し、棒をねぢる。 それまでの行動及び棒の在り所⑦に等し。

16 Dalla posizione precedente, portarsi in zenkutsu-ashi-dachi sinistro [per le ragioni che seguiranno, qui c’è chiaramente un errore, si voleva intendere zenkutsu-dachi destro, ottenuto arretrando il piede sinistro; NB: questo errore è stato invece preso alla lettera in casa Shōtōkai, snaturando del tutto questo passaggio del kata. Il che conferma ancora una volta la forte connessione Shōtōkai-Kenpō Gaisetsu] in direzione E, quindi colpisci verso il basso diagonalmente dall’angolo in alto a destra in direzione E, infine avvita il bō. I movimenti e la posizione del bō sono gli stessi del punto 7. [da qui si chiarisce che precedentemente si voleva intendere uno zenkutsu-dachi destro].
17、左足を斜にB方ー大體後方と思へばよいーに出すと共に右足は左足と一歩間隔をとりて前方に位置しA方に向き變り、前方を守る。 兩握り手個所は⑫に等し。

17 Sposta il piede sinistro diagonalmente, all’indietro, nella direzione B e contemporaneamente punta il piede destro nella direzione A [il testo dice, indicativamente, che “il piede destro è davanti al piede sinistro ad un passo di distanza da esso ed ha cambiato verso in direzione A”; in pratica l’intero movimento corrisponde nel fare perno sul piede destro per girarsi verso destra di 90 gradi, in uno zenkutsu-dachi destro], eseguendo una protezione frontale. La posizione delle impugnature delle mani è come al numero 12.

18、棒で前方を守りながら前右足を少し後に引くと共に、左足を右足に交錯する。 次に左足原位置とし、右足を左足前に一歩出し、前屈足立にして前方を守る。 兩握り手個所⑫に等し。

18 Dopo aver eseguito la difesa frontale col bō, tira leggermente indietro il piede destro e incrocia il piede sinistro davanti ad esso. Dopodiché lascia il piede sinistro nella sua posizione e fai un passo con il piede destro davanti al piede sinistro, in uno zenkutsu-ashi-dachi destro ed esegui una difesa in avanti. La posizione delle impugnature delle mani è come al numero 12.

19、斜右上より前方—A方ーをたゝき下す。 その行動⑦に等し。 然る後、左握り手を前方稍々下段に向つて突き伸ばし、左下段を打ち拂ふ。 兩足原位置、稍々前屈足立右握り手個所は右肩頭を距ること約五寸餘の處に來る。

19 Colpisci [col bō, dopo averlo alzato vicino alla spalla destra, come al solito…] diagonalmente da in alto a destra verso il basso, in direzione A. Esegui queste azioni come descritte al numero 7. Dopodiché spingi l’impugnatura della mano sinistra davanti e verso il basso ed esegui uchiharau [打ち拂 letteralmente “colpisci e spazza”] a sinistra. Nel fare questo entrambi i piedi mantengono la loro posizione in zenkutsu-ashi-dachi, l’impugnatura della mano destra è posizionata a circa 5 sun di distanza dalla spalla destra.
20、左足原位置として右足をこれに交錯し、然る後左足をB方に一歩開くと共にナイハンチ立となりMN線に體を向け、眼玉はAに向ひ、右握り個所を前方に出し、左握り個所を左脇附近に持ち來ると共に棒の右前端は地と平行してMN線方を横打ちする。

20 Il piede sinistro rimane nella sua posizione, il piede destro incrocia [spostandosi verso sinistra] davanti ad esso. A seguire apri il piede sinistro di un passo verso la direzione B, assumendo la posizione di Naihanchi-dachi [Naihanchi è scritto in katakana come ナイハンチ; nelle scuole Shōtokan/Shōtōkai questo kata è noto come Tekki]. Il corpo è ora allineato con la linea M-N, gli occhi guardano in direzione A, la mano destra è allungata in avanti, la mano sinistra è portata sul lato sinistro [del corpo] e l’estremità anteriore del bō attraversa la linea M-N parallelamente al terreno colpendo lateralmente [横打ち / yoko-uchi].

21、左足原位置。 右足を左足に引寄せながらA方に向ひ①の型となり、次に左手を離し、最初の姿勢に復する。

21 Il piede sinistro rimane nella sua posizione. Il piede destro viene avvicinato verso il piede sinistro e il corpo è allineato in direzione A, come mostrato nella figura numero 1 del kata. Infine rilascia la mano sinistra e ritorna alla posizione iniziale.

© 2020, Matteo Muratori. All rights reserved.

Liberi pensieri dei miei primi 30 anni di karate

Tra qualche settimana compirò i miei primi 30 anni di Karate…e chi se ne frega direte in coro. E avete ragione, questo post non è per voi, ma a esclusivo beneficio del sottoscritto, affinché un giorno possa rileggere i miei pensieri e vedere se la mia comprensione dell’arte sarà cambiata, se sarò riuscito a progredire oppure al contrario se mi sarò fermato o perso. Non mi aspetto di certo che siate d’accordo con quanto scriverò e non ho nemmeno la presunzione che possa interessare a qualcuno. Ma se troverete dieci minuti del vostro tempo da dedicare alla lettura di quanto segue, sarete i benvenuti.

Ecco un breve scorcio di quelle poche e semplici lezioni che ho imparato tramite la pratica del Karate: sono state impartite a me, sono le “mie” lezioni e in quanto tali mi appartengono totalmente. Data la mia giovane età marziale, ciò che ho trovato, visto e capito di certo corrisponde solo a un quadro parziale del dipinto nella sua interezza: ma come per le avventure più interessanti, si sa, tutto nasce sempre dal molto piccolo.

La cintura più importante

Senza ombra di dubbio la cintura bianca. Difficile a credersi, ma tutte le volte che ho indossato questa cintura è stata una sorta di benedizione. La cintura bianca identifica il neofita, il principiante, ma il concetto è molto più profondo e denso. Esiste un termine Giapponese che lo esprime al meglio, 初心者 (shoshinsha):

初 / SHO (iniziale)
心 / SHIN (mente)
者 / SHA (persona)

Shoshinsha, la persona dotata di una mente libera da ogni preconcetto e da ogni resistenza riguardo all’arte. La tela bianca, dove ogni opzione e variazione è possibile e plausibile, nulla viene scartato o rifiutato a priori. Nella mente del principiante non esistono schemi precostituiti, tutte le combinazioni sono valide e accettate. Quindi bisogna indossare con grande orgoglio la cintura bianca, perchè ben presto, molto prima di quanto si immagini, diventerà di colori sempre più scuri (che porteranno con sé, ahimè, anche qualche trappola insidiosa).

Ovviamente non è indispensabile indossare fisicamente la cintura bianca per affrontare la pratica con lo spirito del principiante, shoshinsha è prima di tutto uno stato mentale, un tipo di atteggiamento: sopire l’ego, schiacciarlo costantemente al fine di rendere possibile uno studio sincero e proficuo dell’arte.

La cintura più pericolosa

Ci sono cinture che sono più pericolose di altre, ma nessuna è come la cintura blu (e in parte anche la marrone). Essa rappresenta un punto di svolta nel percorso che porta dalla scala di kyu colorati alla fatidica kuro-obi (Shodan). Quando si consegue la cintura blu significa che si è imparato buona parte del curriculum di base della propria scuola, e di riffa o di raffa, s’inizia sapere fare qualcosina. Il maestro ogni tanto ci fa dare un’occhiata alle cinture di grado inferiore come bianche e gialle, durante il saluto iniziale e finale ci si posiziona a metà della fila e si guardano (a volte con autocompiacimento) le cinture bianche, gialle, arancioni e verdi che ci precedono: lo so perfettamente, perchè lo facevo anch’io.

Questa serie di fatti rischia di carezzare pericolosamente il nostro ego (perché tutti abbiamo un ego: più o meno accentuato, più o meno esternato, più o meno scalfibile) in un momento della nostra vita marziale particolarmente delicato. Mi piace pensare alla cintura blu/marrone un po’ come se fosse la nostra adolescenza, se saremo capaci di sopravviverle indenni ci sono buone speranze di raggiungere l’età adulta e diventare un giorno degli uomini e delle donne (dei karateka maturi).

Jutsu e Dō

Mi sono spesso interrogato sul vero significato di jutsu e dō, ho letto tanto sull’argomento ma credo di non aver mai compreso fino in fondo l’essenza di questi “due mondi”. Almeno non fino all’anno scorso. Ma procediamo per gradi.

術 / JUTSU – L’arte
道 / DOU / michi – La via, il percorso

Con estrema semplificazione, si può riassumere il jutsu (da cui sfociano le varie arti correlate come il tode-jutsu, lo iai-jutsu, il ken-jutsu, il jū-jutsu, e via dicendo) come l’insieme delle pratiche marziali che pongono l’accento sulla ricerca dell’efficacia: l’attenzione è tutta rivolta ai dettagli tecnici e alle studio delle meccaniche al solo scopo di “far funzionare” la tecnica “il più efficacemente possibile”.
Da una prospettiva ortogonale, non opposta si badi bene, nasce invece il dō (con le rispettive arti gemelle come il karate-dō, lo iai-dō, il ken-dō, il ju-dō, ecc), ovvero la ricerca di un percorso più “spirituale”, una via che ha come punto focale il miglioramento dell’individuo affinché, col tempo, egli possa essere in armonia con tutti gli altri.

Tutte belle parole, ma vuote se non si comprendono nel profondo. Non so se io le abbia davvero comprese, ma l’anno passato credo di aver fatto un buon balzo in avanti nella comprensione.
A causa di problemi nell’ambito lavorativo e di un dispiacere personale, mi sono ritrovato tutto d’un tratto come immerso in un banco di nebbia fitta, dentro al quale era impossibile districarsi: non c’erano indicazioni luminose né rumorose che segnalassero la direzione. In quel periodo, se qualcuno mi avesse chiesto “chi sei tu?” probabilmente non avrei saputo dare una risposta sensata.
La pratica del jutsu non mi dava alcun sollievo, i suoi benefici si limitavano al solo tempo in cui mi faceva sudare. Finita la doccia era tutto esattamente come prima. Ma, complice una gara di kata (la seconda della mia vita) alla quale decisi di partecipare (NB: sono profondamente contrario alle gare e alle competizioni sportive, ma quella volta tutto nacque per caso e perché ad alcuni ragazzi mancava “il terzo” per poter competere a squadre), il mio allenamento si spostò maggiormente sulla ripetizione delle forme, sia nel dōjō che a casa, sia nel fisico che nella mente. Sembra incredibile, ma allenandomi coi metodi che maggiormente caratterizzano il dō, allenamento dopo allenamento la nebbia si è iniziata a diradare, i benefici duravano molto più a lungo e nel giro di qualche mese quella foschia sparì del tutto. Sia chiaro: non intendo dire che le tensioni al lavoro non mi influenzassero o che il dispiacere fosse passato (anzi), ma quella nebbia era sparita, sapevo di nuovo rispondere alla domanda.

Questa esperienza mi ha portato a maturare le mia definizione personale di jutsu e di dō, al centro della quale c’è l’uomo, inteso come essere umano, con le sue unicità e criticità.
E se l’uomo è il perno attorno al quale ruotano jutsu e dō, allora mi sento di definire il jutsu come l’insieme delle pratiche che studiano il funzionamento della parte esteriore dell’essere umano, la dimensione che si può vedere e misurare. Ad esempio, come funziona una leva articolare, la localizzazione di cavità vulnerabili, le risposte neurologiche ai vari tipi di attacco. Il dō rappresenta invece lo studio della parte interiore dell’essere umano, la conoscenza della sua sfera più intima. Praticare il dō significa sondare la parte non visibile, quella che soltanto noi possiamo esplorare perché nessun altro può accedere ad essa: lo scopo ultimo sarà quello di far affiorare le proprie debolezze, vincerle e conquistare il silenzio, un silenzio diverso da quello che normalmente s’intende, un silenzio di cui noi saremo i signori.

In quest’ottica jutsu e dō sono complementari e non mutuamente esclusivi. Il senso della loro esistenza è solo quello di completare la propria metà duale.
Se dovessi scegliere un kanji che esprima al meglio questo concetto, userei 明 / MEI, che è composto dal radicale 日 / NICHI (sole) e dall’ideogramma 月 / GETSU (luna): messi insieme formano il kanji 明 che ha il significato di “splendente” o “brillante”. Jutsu e dō non andrebbero mai separati, bensì integrati: non osino i maestri dividere ciò che non dovrebbe essere scisso, perché, per parafrasare il postino di Massimo Troisi “il karate non è di chi lo insegna, ma è di chi gli serve”.

Se jutsu e dō fossero luna e sole, allora il kata sarebbe il cielo. Manuale tattico e testo di riferimento per tutte quelle tecniche atte a uccidere e storpiare gli avversari, il kata è al tempo stesso un potente strumento d’introspezione, un mezzo efficacissimo per sondare, scovare e superare i propri limiti e le proprie debolezze. Il kata unisce jutsu e dō in un unico, meraviglioso e insostituibile strumento didattico.

Le tre componenti di ogni tecnica

Cosa rende una tecnica davvero efficace? E’ una delle domande che più mi sono fatto durante la mia crescita marziale. I miei maestri mi hanno sempre aiutato (e mi aiutano tuttora) a migliorare l’aspetto tecnico dei miei tsuki (pugni), dei miei keri (calci), di come ricevere e deviare un attacco, di come muovere il corpo. Ho sempre dato una enorme importanza ai dettagli che potessero aiutarmi ad esprimere la maggiore efficacia possibile. C’erano volte in cui mi sembrava di dare pugni molto potenti, altre volte invece avevo l’impressione di sbagliare tutto. Tante volte sono tornato a casa dopo un allenamento con la consapevolezza di non avere nemmeno spostato il mio avversario, con il sapore amaro di aver tirato il più potente dei mae geri di cui ero capace ma con il risultato di rimbalzare sul cuscino tenuto dal mio partner. Grazie a questo tipo di frustrazioni, col tempo, ho maturato la mia idea di tecnica efficace ed essa non può prescindere da tre elementi fondamentali, alcuni più importanti di altri:

技 / GI / waza – La parte fisica. E’ la parte su cui lavoriamo di più, ma paradossalmente lo ritengo l’ingrediente meno importante. L’aspetto tecnico, lo studio delle meccaniche è il punto di partenza; spendiamo interi anni/decenni a ripetere più e più volte il gesto fisico, lo riaggiustiamo in base alle indicazioni del nostro maestro. Lo perfezioniamo goccia dopo goccia. Credo fermamente che la tecnica non sia mai un grosso problema: con l’aiuto del maestro o di un compagno più esperto saremo sempre in grado di migliorare il gesto, è solo una questione di tempo.

集中 / SHUUCHUU – La presenza mentale, la concentrazione. Non è possibile eseguire una tecnica con efficacia se la nostra mente è concentrata su (o distratta da) altro. Durante la pratica all’interno del dōjō dobbiamo rimanere concentrati su quello che stiamo facendo; pensieri come il lavoro, i compiti scolastici, le delusioni private non devono entrare nella mente del praticante. Questo aspetto è importante, ma non il più importante. Anche in questo caso il maestro o un senpai, se ci vede distratti, ci richiama all’ordine e noi possiamo tornare a concentrarci sull’esercizio che stavamo facendo.

心 / SHIN / kokoro – Il cuore, lo spirito. Lo ritengo in assoluto l’ingrediente più importante e al tempo stesso il più difficile da conquistare. Sono convinto che una tecnica, per essere davvero efficace, debba sì essere espressa con la massima presenza mentale e con le corrette meccaniche corporee, ma senza “il plasma vitale” che la renda viva, si riduce a un mero involucro vuoto che muoviamo meccanicamente. 心 rappresenta proprio quel plasma vitale, il sentimento ardente che deve riempire l’intenzione e lasciarla libera di esplodere. Ogni volta che eseguiamo uno tsuki (o un keri o qualsiasi altra tecnica) noi dobbiamo DESIDERARE di scoccarlo, come se dovessimo esternare la più sfrenata e incontrollabile delle passioni: solo così potrà essere efficace e la tecnica, credetemi, apparirà piena anche a un osservatore esterno. Col duro allenamento e tanto spirito di sacrificio sarà possibile far nascere questo desiderio ardente in maniera del tutto automatica ogni volta che portiamo una qualsiasi tecnica. Attenzione però, per imbrigliare lo SHIN è necessario un percorso del tutto intimo e personale: la grande difficoltà sta nel fatto che, al contrario di GI e SHUUCHUU, nessun maestro o senpai potrà mai aiutarci o correggerci.

La lezione più importante

L’anno scorso alcune persone mi hanno dato un forte dispiacere (e alcune preoccupazioni), perchè forte era la simpatia e il feeling che si erano instaurati, tanté che li consideravo amici. Ma ora questo non ha più molta importanza, perchè se ci si concentra sulle cicatrici diventa impossibile concentrarsi sulla lezione, che è assai più importante per progredire. Al riguardo mi vengono in mente le parole di due grandi maestri, Kinjo Hiroshi e Kase Taiji.

Kinjo Sensei diceva che “Se e quando c’è un problema tra le persone, la colpa è sempre della persona più intelligente. Questa filosofia garantisce che si debba sempre accettare la colpa per qualsiasi problema esistente (anche quando in realtà non è colpa nostra) e cercare la soluzione percorrendo una via di alta umiltà e comprensione. Spesso, una cosa del genere è molto difficile, ma dice molto di più su di noi come persona che sui problemi degli altri. Non c’è vergogna nell’umiltà e nel perdono fintanto che siamo totalmente onesti con noi stessi.”

Kase Sensei invece si esprimeva con queste parole: “Nella pratica del Karate per me viene prima il cuore. Il cuore dev’essere associato al sentimento di umanità e a ciò deve corrispondere libertà: una mente libera. Siamo esseri liberi, dobbiamo avere un cuore grande e una grande umanità. Questi sono due punti importanti per sviluppare un Karate efficace“.

Il karate che esprimevano questi due grandi maestri, dal punto di vista meramente tecnico, era diversissimo, irriconoscibile l’uno dall’altro. Ma entrambi, giunti a piena maturazione, hanno trovato qualcosa di estremamente simile. Qualcosa che, per quanto mi riguarda, è ancora molto lontano dall’essere capito veramente. Se la piena realizzazione di un Budoka consiste anche nel saper “mollare la presa”, ovvero riconoscere ciò che non possiamo cambiare e avere invece il coraggio di cambiare ciò che possiamo, non posso esimermi però dal rileggere i pensieri dei due maestri, prendere atto dei miei tentativi di seguire il loro messaggio e, ahimè, riconoscere gli scarsissimi risultati che ho ottenuto nel provare a ricucire. E’ evidente che il lavoro che devo fare è ancora enorme, ma voglio che un giorno il mio Karate sia davvero efficace per come lo intendeva il maestro Kase (e credetemi, il suo Karate era efficace eccome), quindi con tutta l’umiltà di cui dispongo mi fiondo a indossare la cintura bianca e a impegnarmi al massimo per studiare la lezione più importante: quella che ancora devo imparare.


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Chi era il misterioso Maestro Itokazu (糸數先生)?

Sono passati quasi dieci mesi, ma ricordo ancora che durante la scrittura dell’articolo riguardante Kenpō Gaisetsu rimasi del tutto interdetto (e incuriosito) dal nome di questo misterioso maestro Itokazu. Da allora è stato come una specie di tarlo che giorno dopo giorno mi rosicchiava dall’interno…dovevo assolutamente sapere chi era. Quindi mi sono attivato, iniziando a rompere i maro…ehm gli indugi e cominciando a interpellare alcuni dei miei contatti (in ordine strettamente cronologico di rottura degli indugi): Andreas Quast, Manuel Vignola, Joe Swift, Henning Wittwer. Per puro caso, nell’arco di questi dieci mesi, ho letto anche due libri molto interessanti che si sono rivelati preziosi per dipanare la matassa sul fantomatico maestro in oggetto: “Itosu Anko: Savior of a Cultural Heritage” e “Higaonna Kamesuke: on Karate in Okinawa, Japan & Hawaii“.

Cominciamo col rivelare che nel 1930, al tempo della pubblicazione di Kenpō Gaisetsu, il maestro Itokazu era già deceduto. Se ne deduce quindi che il kata riportato nel libro sotto la dicitura “Itokazu Sensei no Jūtte” (糸數先生の十手) dev’essere stato passato a Miki Nisaburō e Mutsu Mizuho da uno dei tre maestri incontrati in quella occasione: Ōshiro Chōjo (1887–1935), Kyan Chōtoku (1870-1945), Yabu Kentsū (1866-1937).

Prima del 1930, il nome del maestro Itokazu compare il 25 Gennaio 1911: il quotidiano Ryūkyū Shinpō / 琉球新報 riferì di un “festival di karate” tenutosi al “Centro di addestramento per insegnanti della prefettura di Okinawa” (Okinawa-Ken Shihan Gakkō / 沖縄県師範学校). L’articolo di giornale (tradotto in tedesco qui e in inglese nel libro “Itosu Anko: Savior of a Cultural Heritage”) riporta che in quella occasione alcuni noti esperti di karate si sono esibiti in diversi kata, nella fattispecie:

  • Sēsan (Funakoshi Gichin)
  • Passai (Mr. Kiyuna)
  • Gojūshiho / Ūsēshi (Yabu Kentsū)
  • Naihanchi (Mr. Itokazu)

A questo punto del maestro Itokazu sappiamo che:

  • nel 1911 era vivo e durante una dimostrazione di Karate (condotta e presieduta da Yabu Kentsū) ha presentato il kata Naihanchi
  • nel 1930 era già deceduto, ma uno dei suoi allievi ha passato il kata Jūtte (riportato come “Itokazu Sensei no Jūtte”, cioè “Jūtte del Maestro Itokazu”) a Miki Nisaburō e Mutsu Mizuho
  • Uno o più tra i seguenti esperti di Karate è stato un suo allievo: Ōshiro Chōjo, Kyan Chōtoku, Yabu Kentsū
  • praticava e insegnava sicuramente almeno due kata di area Shorei (quindi, secondo lo stereotipo comunemente accettato, adatti a persone basse e massicce): Naihanchi e Jūtte

Inizia a diventare palese il legame Itokazu-Yabu…e quindi…esatto! Il maestro Itokazu altri non è che Itosu Ankō (糸洲 安恒): il kanji corretto 洲 è stato spesso trascritto erroneamente come 數 (che a sua volta è la versione arcaica del più moderno 数). Nel dettaglio sono note e dimostrabili almeno cinque occasioni in cui il nome di Itosu è stato scritto scorrettamente, rispettivamente in ordine cronologico:

  • 25 Gennaio 1911, nell’articolo del Ryūkyū Shinpō
  • 1930, in Kenpō Gaisetsu
  • 1933, in Karate Kenpō (scritto da Mutsu Mizuho), in cui il testo originale riporta: ピンアン初段より五段までは近代唐手拳法界の雄糸数氏によって作られたるもので子弟教導に資せられた基本の型法であり (il testo si riferisce ai kata Pinan/Heian)
  • 1935 (dal 10 al 18 Dicembre), nella serie di articoli intitolati “Karate no Hanashi. Kigen, Keitō, Hensen to Bujin” (唐手の話 起源, 系統, 変遷と武人) scritti da Higaonna Kamusuke e pubblicati dal quotidiano Ryūkyū Shinpō: costantemente in tutto il testo il nome di Itosu viene riportato erroneamente come 糸數
  • 24 Settembre 1957, durante una conversazione avvenuta tra Chōshin Chibana e Shōshin Nagamine (pubblicata dall’Okinawa Times / 沖縄タイムス ), in cui il testo originale riporta: 知花 これは私の師、糸数安興先生(大正五年、九十五才で死亡)の話だが、もと沖縄には「手」というのがあった。鬼大城などの武勇伝からもそれがわかる。(NB: in questo caso anche Anko è scritto sbagliato…)

Una ulteriore “prova a supporto” che durante l’evento del 1911 fu veramente Itosu a cimentarsi nella dimostrazione del kata Naihanchi, mi proviene da una comunicazione personale con Joe Swift, in cui afferma che:

“Ho ricevuto per la prima volta una copia di questo articolo [N.d.A. si riferisce all’articolo del 1911 pubblicato sul Ryūkyū Shinpō] da Kinjo Hiroshi Sensei a casa sua. Lo ha visionato con me e ha detto che il suo amico Tokuda Antei, che era presente all’evento, gli ha detto che fu proprio Itosu che si esibì nel kata Naifanchi”

Sapete una cosa? Sarei voluto tanto esserci anch’io a quella dimostrazione del 1911 e vedere Itosu (che al tempo aveva 80 anni!) praticare il mio tokui kata 😉

PS: non so se ve ne siete accorti, ma dall’elenco delle fonti riportate se ne deduce che Itosu conoscesse e insegnasse il kata Jūtte…


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Breve scorcio di Kenpō Gaisetsu

Durante queste feste ho avuto un po’ di tempo per sfogliare e analizzare sommariamente la mia sudata copia di Kenpō Gaisetsu (拳法概説), che riuscii ad acquistare qualche mese fa.
Ovviamente sono partito dalla sezione dei kata, e voglio condividere con tutti gli appassionati qualche dettaglio interessante che merita attenzione.

Per chi non lo conoscesse, il libro in questione è stato pubblicato nel 1930 e ne hanno partecipato alla stesura Mutsu Mizuho (insegnante, il cui vero nome è Takada Mizuho / 高田 瑞穂) e Miki Nisaburō (三木 二三郎), uno studente appassionato.
Mutsu Mizuho (laureato all’università Keio e dipendente dell’Università Imperiale di Tōkyō) si recò a Okinawa nel 1930, con Miki Nisaburō, con l’unico scopo di studiare le tradizioni di combattimento autoctone dell’isola. Durante la loro permanenza visitarono eminenti insegnanti come Ōshiro Chōjo (1887–1935), Kyan Chōtoku (1870-1945), Yabiku Moden (1882-1945), Miyagi Chōjun (1888-1953) e Yabu Kentsū (1866-1937); tra questi, sicuramente tre (Ōshiro, Kyan e Yabu) sono confermati, in quanto compaiono ufficialmente nella lista dei kata presenti nel libro. Shinkin Gima (“Taidan: Kindai Karate-dō no Rekishi wo Kataru” ovvero “Resoconto dettagliato sulla storia del karate moderno”, 1986) afferma che in questo viaggio i due autori incontrarono anche Kojo Kaho, ma mi pare altamente improbabile, visto che Kaho morì nel 1925; inoltre mi puzza che una famiglia “marzialmente chiusa” come quella dei Kojo si fosse “aperta al pubblico” per uno scopo come quello di scrivere un libro…ma è solo una mia supposizione.

Mutsu fu uno studente di Gichin Funakoshi e di Hironori Ōtsuka, rispettivamente i fondatori dello Shōtōkan-ryū e del Wadō-ryū. Si dice che abbia prestato servizio come insegnante per la “Karate Research Society” dell’università di Tōkyō (Tōkyō Teikoku University Karate Kenkyu-kai) dall’Aprile 1933 al Dicembre 1936, quando fu costretto a dimettersi per aver usato senza permesso il nome della Karate Kenkyu-kai durante l’annuncio della sua candidatura politica per la “Camera bassa”.
Nel 1933 Mutsu Mizuho pubblicherà una seconda opera (Karate Kenpō / 唐手拳法), ma di questo ne parleremo un’altra volta (finalmente sono riuscito ad acquistare anche questo libro, lo sto attendendo con TANTA pazienza…).

Takada Mizuho
Takada Mizuho al centro, vestito di scuro; al suo fianco (a destra nella foto) Miki Nisaburō

Per quanto riguarda Miki Nisaburō, di lui si conosce poco, entrò nel club di Karate dell’università di Tōkyō nel 1928, dove sicuramente praticò sotto la supervisione di Gichin Funakoshi.
Sappiamo che Miki si recò a Okinawa anche l’anno precedente la pubblicazione di Kenpō Gaisetsu, cioè nel 1929 (anche in questo viaggio era presente Mutsu Mizuho, che fu però costretto a tornare a Tōkyō proprio durante il tragitto): in questa occasione ebbe modo di sviluppare varie interviste a eminenti esperti di karate dell’isola. E’ possibile trovare la traduzione in lingua inglese dell’intervista che Miki fece a Kyan Chōtoku qui.

Tornando a Kenpō Gaisetsu, questo libro assume una grande importanza non solo per le informazioni che contiene riguardo all’arte di maestri contemporanei di Okinawa, ma fu anche la prima pubblicazione a contenere la descrizione dei kata Passai shō (Bassai shō), Kōsōkun shō (Kankū shō) e Gojūshiho, fino ad allora praticamente inesistenti in terra madre (Giappone). Inoltre è inclusa una sezione sul bojutsu di Okinawa nonché tre kata di bo (bastone lungo 180cm circa), grazie al contributo di Ōshiro Chōjo e Yabiku Moden (entrambi esperti della scuola Yamanni-ryū / 山根流).

Ma passiamo a dare un’occhiata all’elenco dei kata presentati nel libro:

  • Passai shō (パッサイ 小)
  • Kōsōkun shō (公相君 小)
  • Chintei (チンテイ)
  • Nijushi (二十四)
  • Gojūshiho (五十四歩)
  • Kyan Sensei no Passai (喜屋武 先生のパッサイ)
  • Itokazu Sensei no Jutte (糸數 先生の十手)
  • Ōshiro Sensei no Seishan (大城 先生のセイシャン)
  • Kyan Sensei no Chintou (喜屋武 先生のチントウ)
  • Yabu Sensei no Gojūshiho (屋部 先生の五十四歩)
La lista dei kata presentati nel libro

Iniziamo a fare qualche speculazione. Di sicuro il Passai shō e il Kōsōkun shō sono originati da Itosu Anko, che però nell’anno di pubblicazione del libro era già bello che morto da quasi 15 anni. Possiamo supporre che i due kata in questione furono insegnati a Miki da Ōshiro Chōjo o Yabu Kentsū.

Passai shō: la particolare tecnica n. 11 è praticata così solo nella versione Shōtōkai di questo kata. Per una volta siamo rimasti fedeli all’originale!

I kata Chintei e Nijushi (che personalmente non pratico) non ho la più pallida idea di chi possa averli insegnati…si accettano suggerimenti!
Gojūshiho e la relativa variante di Yabu suppongo provengano entrambe da Yabu Sensei, ma non ne sono sicuro.
Rimane un completo mistero il Jutte di questo fantomatico maestro Itokazu: a dire il vero, il (co)gnome di questo maestro compare anche 19 anni prima che Karate Kenpō venisse scritto. Il 25 Gennaio 1911, il quotidiano Ryūkyū Shinpō / 琉球新報 riferì di un “festival di karate” tenutosi al “Centro di addestramento per insegnanti della prefettura di Okinawa” (Okinawa-Ken Shihan Gakkō / 沖縄県師範学校). L’articolo di giornale (per maggiori informazioni sull’evento si legga qui) riporta che in quella occasione alcuni noti esperti di karate si sono esibiti in diversi kata, nella fattispecie:

  • Sēsan (Funakoshi Gichin)
  • Passai (Mr. Kiyuna)
  • Gojūshiho / Ūsēshi (Yabu Kentsū)
  • Naihanchi (Mr. Itokazu)

Tenendo in considerazione la data, è altamente probabile che il signor Itokazu menzionato nell’articolo di giornale sia lo stesso che compare in
Kenpō Gaisetsu in relazione al kata Jutte, tant’è che la scrittura del cognome usa gli stessi identici kanji (糸數). Di questo maestro sappiamo quindi che praticava sicuramente due kata di area Shorei: Naihanchi e Jutte.

Tornando a Kenpō Gaisetsu, la sezione che descrive i kata di bo, riporta tre forme:

Shūshi no Kon (周氏之棍)
Sakugawa no Kon (佐久川之棍)
Shirotaru no Kon (白樽之棍)

Questi kata sono inequivocabilmente il contributo principe di Ōshiro Chōjo e Yabiku Moden al libro di Miki e Mutsu.

I nomi dei tre kata di bastone presentati nel libro

Per i praticanti Shōtōkai (come il sottoscritto), questa sezione dei kata di bo rappresenta un fatto storico IMPORTANTISSIMO, per diverse ragioni:

  • lega i kata di bo che si praticano nello Shōtōkai alla fonte primaria (Ōshiro Chōjo) e ai nomi (kanji) originali; osservando il libro di Miki e Mutsu SCOPRIAMO che il kata praticato nello Shōtōkai come Sueyoshi no Kon (末吉之棍), in realtà si chiama Shūshi no Kon. Questo scambio di nomi deve essere stato effettuato per errore verso gli anni ’50 e si è protratto nel tempo fino ad oggi. Più di una fonte orale riporta che Gigō Funakoshi, durante la pausa estiva (a Tōkyō), tornava a Okinawa per trovare la madre e le sorelle, ma sappiamo anche che in quelle stesse occasioni si allenava e imparava da esperti locali come Ōshiro Chōjo. Sicuramente in una (o più) di queste occasioni Gigō imparò e riportò in patria allo Shōtōkan (il dōjo) i tre kata di bo presentati in Kenpō Gaisetsu. Non è da escludersi che Miki (e/o Mutsu), una volta tornato da Okinawa e aver scritto il libro, abbia “passato” i kata di bo (imparati da Ōshiro Chōjo e Yabiku Moden) a Gichin e allo stesso Gigō.
  • sappiamo che il kata Matsukaze no Kon (松風之棍) è stato codificato da Gigō Funakoshi (il terzogenito di Gichin), se ne deduce quindi che il mancante Sueyoshi no Kon è stato “perduto” dallo Shōtōkai. Molto più probabilmente, visto che il kata non fa parte del curriculum della scuola Yamanni-ryū, semplicemente non è stato insegnato a Miki né a Mutsu.
  • la pratica del bastone lungo (rokushaku bo / 六尺棒 ) Shōtōkai, come il relativo sistema stilistico, è un derivato della scuola Yamanni-ryū successivamente modificata (soprattutto nel modo di lavorare, di tenere e far scorrere il bastone) da Gigō Funakoshi; i cambiamenti apportati sono da inquadrarsi nell’ottica aggressiva (e non difensiva) e di combattimento a lunga distanza che hanno caratterizzato tutto il karate di Gigō Funakoshi

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I fantastici 5: il Karate come somma di cinque pratiche

Oggi, la prefettura delle Ryūkyū possiede tre tradizioni di combattimento autoctone: Sumō di Okinawa, Karate e Kobudō. Si pensa che esse nacquero dalle basi tecniche di tre ulteriori pratiche più antiche:

  • Tīgumi o Te-gumi (手組)
    Letteralmente significa “incontro di mani”, la sua scrittura usa gli stessi due ideogrammi della parola kumi-te, ma invertiti. Originariamente era uno stile di combattimento dai molteplici aspetti (risalente ai tempi di Tametomo), e si pensa derivi dall’anteriore Jǐao-lì (角力, un metodo di lotta cinese sportivizzato nel 1928).
    Il Te-gumi era diffuso nella società isolana fin dai tempi antichi e si trasformò in una pratica ritualizzata dedicata agli dei affinché benedicessero i raccolti e la pesca; le regole erano poche, si potevano utilizzare colpi di mano e di piede, tecniche di strangolamento, controlli articolari e lotta a terra: vinceva chi era in grado di sconfiggere l’avversario bloccandolo, soffocandolo o per resa da dolore dovuto a torsioni delle articolazioni. La pratica ritualizzata del Te-gumi aveva anche lo scopo di testimoniare il coraggio degli adolescenti, segnandone il passaggio all’età adulta.
    Il Tegumi, in seguito (1956), è diventato uno sport regolamentato chiamato Ryūkyū Sumō (o Sumō di Okinawa). Da notare che, a differenza del Sumō moderno, l’attuale Sumō di Okinawa non prevede penalità se un atleta viene portato fuori dal ring o fatto cadere a terra; la vittoria viene assegnata schienando l’avversario all’interno del cerchio che delimita l’area di combattimento, per questo sono richieste tecniche più evolute e più simili a quelle della lotta libera e del Jūdō.
    In [FNK1956] Funakoshi dedica un intero paragrafo (“Reminiscenze della fanciullezza”) al Te-gumi, ricordando con affetto e nostalgia i tempi in cui lo praticava:

    “Prima di concludere…vorrei spendere qualche parola su un altro sport di Okinawa, non solo perché mi ha regalato molte ore di divertimento quando ero giovane, ma anche perché credo che mi abbia aiutato a sviluppare la forza muscolare che è così utile nel karate.
    Il nome di Okinawa per il nostro stile di lotta è «tegumi», …, ci sono poche regole e riguardano alcuni divieti: l’uso dei pugni, per esempio, per colpire l’avversario, o l’uso dei piedi e delle gambe per calciare. Gli avversari non possono nemmeno afferrarsi per i capelli o pizzicarsi l’un l’altro. E’ anche vietato colpire con la mano a spada o col gomito come nel karate. … L’incontro inizia, come nel sumo, con i due avversari che si spingono vicendevolmente. Poi, continuando, si usano tecniche di corpo a corpo e di proiezione. Una che ricordo bene è molto simile alla «ebigatama» dell’ordinaria lotta professionistica. Quando oggigiorno osservo la lotta professionistica in televisione, spesso mi viene in mente il tegumi della mia gioventù ad Okinawa.
    …Come ogni altro ragazzo di Okinawa, trascorrevo molte ore felici prendendo parte o osservando incontri di tegumi, ma fu dopo aver cominciato seriamente il karate che arrivai a capire che il tegumi offre un’opportunità unica per l’allenamento…Non posso dire ora quanto il tegumi abbia effettivamente contribuito alla mia padronanza del karate, ma sono certo che mi abbia aiutato a rafforzare la volontà.”

    Sumō di Okinawa

    Sumō di Okinawa (solo a me sembra di vedere l’applicazione di un ben determinato “salto” del kata Kankū Dai? 🙂 )
  • Tī’gwā (手小)
    La forma plebea di impatto percussivo (chiamata anche Te o Di e scritta 手) introdotta ad Okinawa dall’antico Regno del Siam (oggi Thailandia) nel corso del primo periodo di commercio interculturale. Questa forma di combattimento plebea faceva uso principalmente del pugno, dei piedi, dei gomiti, delle tibie e delle ginocchia senza disdegnare l’uso dei colpi con la testa/fronte. Nonostante la primaria attenzione focalizzata sul colpire, sul condizionamento fisico e l’arte del combattimento, il Tī’gwa poneva considerevole enfasi anche sullo sviluppo del carattere. Da notare che il secondo ideogramma (小 shō / ko, che significa piccolo, minore) ci porta alla traduzione letterale di Tī’gwa come “tecnica minore”, forse in relazione al più importante utilizzo delle armi. Il ricercatore e scrittore Mark Douglas Bishop fornisce una diversa, ma altrettanto interessante, interpretazione dell’ideogramma 小 in relazione al Tī’gwa. Lo fa raccontando un episodio della sua vita, in particolare presentando ai lettori la sua suocera di Okinawa, Ōbā:

“Alla fine degli anni ’70 Ōbā una volta mi osservò mentre stavo uscendo di casa con la tenuta per l’allenamento (il gi) in mano, e mi disse “Stai andando ad allenarti al ti-gwa?” La mia risposta un po’ sfacciata fu “Sì, Ōbā-gwa!” e non fu ben presa. Eppure penso che abbia perdonato l’insulto a causa della mia scarsa comprensione della cultura di Okinawa, …, era grammaticalmente scorretto usare il suffisso diminutivo ‘gwa’ per riferirsi a lei. Perché allora Ōbā ha aggiunto lo stesso impertinente suffisso di ‘gwa’ a ‘ti’?
Gli abitanti di Okinawa dell’età di Ōbā usavano ‘ti’ come termine generico per indicare ogni tipo di arte marziale di Okinawa. Così il karate (mano vuota), il tode (mano cinese), il kobudo (pratica delle armi) e il te di Okinawa (l’antica arte marziale della nobiltà) erano tutti confusi come ‘ti’ (o ‘te’). Il mio fastidio in quella particolare circostanza fu generato dal fatto che avevo appena iniziato ad allenarmi al Bugeikan a Shuri sotto Seitoku Higa, in particolare per imparare il ‘ti’ di Okinawa, quindi l’uso di ‘ti-gwa’ di Ōbā suonava come un tentativo di sminuire il ‘te’ di Okinawa. Successivamente, riflettendoci bene, mi sono reso conto che non lo era – tutt’altro.
Ōbā ha vissuto tante esperienze durante la sua lunga vita. Aveva protetto e guidato la sua famiglia durante la battaglia di Okinawa durata tre mesi, nascondendosi in caverne e tombe e mangiando erba. Aveva assistito a una carneficina indicibile con oltre 100.000 dei suoi confratelli massacrati. Aveva perso tutti i suoi beni materiali e aveva visto il suo intero quartiere intorno a Shuri trasformato in una sorta di deserto lunare, pieno di buche e distruzione.
Tuttavia, molto prima della guerra, una tragedia personale l’aveva colpita. Nei giorni della sua giovinezza Ōbā aveva frequentato e provato un sentimento per il suo compagno di classe Ankichi Arakaki (entrambi nati nel 1899). Era il figlio di un “bushi di Shuri” che si era allenato con Shinpan Shiroma e che aveva insegnato le tecniche del ‘te’ di Okinawa e i kata del tōde (karate) a Shoshin Nagamine, il futuro fondatore del Matsubayashi Shōrin-ryū. Era un fatto conosciuto dalla gente del luogo, e confermato anche da Ōbā, che Ankichi Arakaki morì a 28 anni dopo un trauma spaventoso [N.d.T. che gli provocò una ulcera allo stomaco] causato, si dice, da un calcio di punta che era stato sferrato dal più vecchio ed esperto artista marziale, Soko Kishimoto.
Le preoccupazioni di Ōbā nei miei riguardi erano dovute al fatto che mi stavo allenando al Bugeikan sotto Seitoku Higa. E, come sapete, quest’ultimo si è allenato, tra gli altri, con Soko Kishimoto. Quindi l’uso di Ōbā del termine “ti-gwa” era stato per me un avvertimento, un gesto di protezione, perché conosceva bene l’incredibile potenziale del ‘te’ di Kishimoto.
Come l’uso moderno delle parole inglesi, dove “cattivo” [N.d.T. “bad” nel testo originale] a volte significa “eccezionale” [N.d.T. “awesome” nel testo originale], il suffisso diminutivo “gwa” può anche avere un altrettanto significato accrescitivo inverso; e l’uso di Ōbā di ‘ti-gwa’ quel giorno significava proprio questo – ‘ti’ eccezionale.”

  • Buki’gwā (武器)
    Il termine Buki’gwā si riferisce all’utilizzo di tutte le armi bianche usate in battaglia (spada, sciabola, lancia, arco e frecce, scudo, coltello, randello e manganello) e successivamente dalle forze dell’ordine locale, durante il periodo dell’antico Regno delle Ryūkyū ad Okinawa. L’utilizzo di questi oggetti venne poi sistematizzato prima nel classico Kobu-jūtsu e poi nel moderno Kobudō.

Oltre a quelle già citate, Patrick McCarthy (Hanshi 9° Dan, ricercatore e traduttore del Bubishi e di molte altre opere) include tra le pratiche antiche presenti sul suolo di Okinawa anche il Torite (捕り手 in Giapponese, Chin Na/Qínná / 擒拿 in cinese mandarino), metodi originari del tempio di Shaolin per afferrare e controllare un aggressore, utilizzati dagli ufficiali delle forze dell’ordine, agenti di sicurezza e ufficiali carcerari nel periodo dell’antico Regno delle Ryūkyū. Il nome stesso significa catturare (擒 qín) e tenere premuto (拿 ná) e si basa su cinque principi:

1. Fēn jīn (分筋), separazione di muscoli e tendini
2. Niǔ gǔ (扭骨), dislocamento osseo
3. Bì qì (闭气), ostruzione del respiro
4. Diǎn mài (点脉), pressione delle vene e delle arterie
5. Diǎn xué (点穴), pressione sulle cavità

Il ricercatore Andreas Quast ([QST2016]) suggerisce che il moderno Taihojutsu (逮捕術, termine che si riferisce alle tecniche usate dagli agenti di polizia durante l’arresto di criminali) può essere visto come l’evoluzione del più antico Torite. Ma il karate non sarebbe tale senza un altro importantissimo tassello, il kata:

  • Kata (形 / 型 / 套路)
    I kata sono sequenze a solo di derivazione del sud del Fujian (principalmente stili della Gru, Pugno del Monaco e Mantide Religiosa del Sud), esteriormente si presentano come una serie di movimenti concatenati, una sequenza di tecniche prestabilite sia di attacco che di difesa, atte a migliorare l’abilità tecnica, la coordinazione, la potenza e la velocità. Questo sistema fu reso popolare dai Cinesi come metodo per promuovere la forma fisica, il condizionamento mentale e il benessere in generale. Sono possibili tre diverse scritture, ognuna delle quali usa un differente ideogramma:

    • 形 (kata in giapponese, xíng in cinese mandarino), che significa forma (intesa come apparenza); l’ideogramma rappresenta l’immagine del telaio di una capanna.
    • 型 (kata in giapponese, xíng in cinese mandarino), che significa stampo, modello; questo ideogramma è formato parzialmente dal precedente.
    • 套路 (tàolù in cinese), che significa letteralmente sequenza, routine

Non bisogna mai dimenticarlo, il Karate (Tōde-jutsu) proviene dalla somma di quattro elementi costituenti: Tīgumi, Tī’gwā, Torite e Tàolù. In origine, la pratica del Karate comprendeva tecniche di lotta a terra, strangolamenti e soffocamenti, intrappolamenti, leve articolari e proiezioni. Purtroppo, la maggioranza degli stili del Karate contemporaneo, invece, sono composti in prevalenza da esercizi fondamentali (kihon) estratti dalle tecniche di Tī’gwā e Tàolù.
Si giunse a questa differenziazione quando il Tōde iniziò ad essere insegnato ai giovani nelle scuole della prefettura di Okinawa, per evitare l’estrema pericolosità derivata dall’antico sistema di combattimento. In particolare i kata vennero cambiati, rimaneggiati più e più volte, con lo scopo di nascondere ed eliminare i riferimenti più espliciti alle micidiali tecniche di autodifesa che erano contenute in essi; in piena escalation militare, lo scopo principale dei kata divenne quello di formare vigorosi coscritti militari e di favorire la conformità sociale: in conclusione, uno strumento adatto all’insegnamento di massa (e non più a pochi allievi privati, come accadeva nel periodo dell’antico Regno delle Ryūkyū).


FNK1956: Gichin Funakoshi, 空手道一路 / Karate-Dō Ichirō, 1956
QST2016: Andreas Quast, “Is Taihojutsu modern Torite?”, 2016


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Nage-waza e Shōtōkai: sempre insieme, eternamente divisi – Parte 2

Nella prima parte dell’articolo abbiamo parlato informalmente delle tecniche di proiezione (nage-waza), ed esaminando due degli scritti di Gichin Funakoshi abbiamo (ri)scoperto che il maestro codificò per iscritto ben 10 nage-waza, ormai completamente “perdute” nella maggior parte dei dōjō Shōtōkan e Shōtōkai. Nello specifico, per quanto riguarda lo Shōtōkai, abbiamo visto che il maestro Egami lanciò un appello preciso per i futuri insegnanti e istruttori, raccomandando di dare maggior attenzione alle tecniche di proiezione.
In seguito ci siamo concentrati su una delle 10 nage-waza codificate da Funakoshi, la proiezione che il maestro chiamò Koma nage (proiezione a trottola). Sempre Funakoshi, tramite i suoi scritti, ci ha spiegato che il Koma nage è una possibile applicazione del kata Tekki Shodan, di fatto facendoci capire che i movimenti dei kata nascondono anche tecniche di proiezione, non solo quindi “calci e pugni”.

In questa seconda parte proveremo a curiosare intorno a un’altra tecnica di proiezione descritta da Funakoshi, seguendo le tracce e gli indizi che ci ha lasciato O’Sensei scopriremo come concatenare un’applicazione del Bassai Dai a una di Heian Sandan per poi finire…col wrestling.

Il signore degli anelli

Ma partiamo con ordine. La tecnica di proiezione che ci interessa compare nei due libretti tecnici di Funakoshi del 1925 e 1935, sotto due diciture diverse (ma si tratta sempre della stessa nage-waza):

鎻環 / Kusariwa / “anello di catena” (Rentan Goshin Tōde-jutsu, 1925)
腕環 / Udewa / “anello di braccia” (Karate-dō Kyōhan, 1935)

Anche questa volta Funakoshi ci indica dove guardare: in entrambi i libretti tecnici ci rivela che questa nage-waza è l’applicazione di un ben preciso movimento (lo numera addirittura) del kata Passai / Bassai.

Rentan Goshin Tōde-jutsu, 1925: Funakoshi ci spiega che la proiezione Kusariwa è un’applicazione del kata Passai

Karate-dō Kyōhan, 1935: Funakoshi ci svela che la proiezione Udewa è una possibile applicazione dei movimenti 22 e 23 del kata Bassai
Karate-dō Kyōhan, 1935: Funakoshi ci svela che la proiezione Udewa è una possibile applicazione dei movimenti 22 e 23 del kata Bassai

Passiamo alla descrizione della tecnica, seguendo la struttura didattica proposta da Funakoshi in Karate-dō Kyōhan:

1. Chi attacca (Funakoshi usa di nuovo il termine 攻手 / seme-te, corrispondente al ruolo di Tori), avanza col piede destro provando ad aggredire “la vittima” con un jōdan morote tsuki (in alternativa va benissimo anche simulare una doppia presa per il bavero). Chi difende va indietro velocemente col piede sinistro e contemporaneamente blocca l’attacco con un morote jōdan uke (letteralmente “ricezione a livello alto con entrambe le mani”).

2. Immediatamente Uke si avvicina a Tori con un yori-ashi e attacca la parte laterale dell’addome dell’aggressore con un doppio tettsui (usando entrambe le mani).

3. Sfruttando lo shock provocato, Uke si avvicina ulteriormente all’aggressore tirando le sue gambe con entrambe le mani, e spingendo il suo addome con la propria spalla destra: il risultato sarà che Tori cadrà all’indietro.

Ci sono alcuni accorgimenti tecnici a cui bisogna fare attenzione. Il primo riguarda la sicurezza e ce lo dà direttamente Funakoshi: se Uke esegue la tecnica in velocità si rischia che Tori venga completamente rialzato da terra, provocando una brutta caduta all’indietro con schiena e testa. Quindi in fase di allenamento è meglio procedere con cautela, e lasciare che Tori sia libero di cadere all’indietro abbassando il sedere. Per diminuire ulteriormente i rischi, è bene che Tori abbia confidenza anche con i vari esercizi propedeutici della caduta all’indietro (ushiro ukemi).
Il secondo accorgimento tecnico è che non serve nessuna forza nel tirare le gambe di Tori, anzi in realtà non serve proprio tirarle: ciò che realmente serve è bloccarle e lasciare che la spinta di spalla sbilanci Tori all’indietro. La fisica ce lo insegna: il principio cardine di ogni nage-waza è spostare il  baricentro di chi subisce la proiezione al di fuori del suo piano di appoggio.

Tegumi o wrestling?

Giunti a questo punto diventa interessante andare a leggere un passo dell’ultimo libro (non tecnico) scritto da Funakoshi: “Karate-dō Ichirō”, 1956: so che sembrerà sconnesso da tutto quello che è stato scritto in questo articolo, ma chiedo al lettore di fare un (momentaneo) atto di fede. Verso la fine del libro, Funakoshi ci racconta alcune reminiscenze della sua fanciullezza:

Prima di concludere queste riflessioni sul Karate-dō e me stesso, vorrei spendere qualche parola su un altro sport di Okinawa…Come per il karate, le sue origini sono sconosciute, e molti abitanti ritengono che vi possa essere stata qualche specie di relazione fra i due [NdA: eccome se c’è stata!!!]. Il nome di Okinawa per questo stile di lotta è “tegumi” [NdA si scrive con gli stessi due kanji che formano la parola Kumite, ma invertiti]…gli incontri iniziano, come nel sumo, con i due avversari che si spingono vicendevolmente. Poi, continuando, si usano tecniche di corpo a corpo e di proiezione. Una che ricordo bene è molto simile alla “ebigatama” dell’odierna lotta professionistica. Quando oggigiorno osservo la lotta professionistica in televisione, spesso mi viene in mente il tegumi della mia gioventù ad Okinawa“.

Di quale proiezione (o meglio sottomissione) stava parlando Funakoshi quando citava l’ebigatame? Nella lingua Giapponese il termine 蛯 / ebi significa gamberetto, quindi stiamo parlando della “sottomissione del gamberetto”. Funakoshi si stava riferendo a quella tecnica conosciuta, nell’ambito della lotta, come “Boston crab”.

A sinistra un classico esempio di “Boston crab”. A destra un gamberetto (蛯 / ebi in Giapponese)

Credo che sia più che evidente perché Funakoshi chiamasse questa sottomissione ebigatame 🙂 Bene, ma cosa c’entra la proiezione Udewa che abbiamo visto prima con la “sottomissione del gamberetto”? Come facciamo a unire due tecniche apparentemente scollegate? In realtà è facile, basta applicare un pizzico di Heian Sandan.

Partiamo dalla situazione finale in cui si trova Uke, dopo aver proiettato a terra Tori. Se riguardiamo il punto (3) della descrizione riportata poco sopra, notiamo che Uke aveva bloccato le gambe di Tori nella parte posteriore e lo aveva proiettato all’indietro; in allenamento, almeno durante una prima fase inziale è bene che Uke tolga le mani dalle gambe di Tori non appena si accorge che sta per cadere: in questo modo Tori si sentirà libero e completamente sereno di cadere, senza la sensazione di essere “controllato” da Uke. Una volta che si è preso familiarità con la tecnica di base, nessuno vieta (anzi!) di continuare a trattenere le gambe di Tori anche dopo la caduta: in questo caso Uke si ritroverà esattamente nella posizione tipica del kata Heian Sandan:

Tipica posizione del kata Pinan / Heian Sandan

Basterà procedere da questa posizione con un passo tipico della sequenza di questo kata per ritrovarci esattamente come il wrestler raffigurato nella foto poco più sopra. Inarcando la schiena di Tori avrà luogo la “sottomissione del gamberetto”. Credo che questo tipo di applicazione risponda esaustivamente a tutte le domande che possono sorgere quando pratichiamo questa sequenza di Heian Sandan, nella fattispecie:

– chiarisce perché si adotta la posizione di kiba dachi
– spiega perché entrambe le braccia si trovano in quella specifica configurazione
– ci fa capire la ragione della rotazione del corpo di 180 gradi mentre alziamo la gamba (NB: non tutti gli stili di karate che includono questo kata contemplano una tecnica di gamba durante questo passaggio, ma ciò non inficia assolutamente l’applicazione né le varie considerazioni fatte)

Giochiamo col Kankū

A puro scopo di divertimento, possiamo aggiungere alla nostra sequenza applicativa una tecnica ulteriore, questa volta presa a prestito dal kata Kankū Dai.
Dopo aver eseguito l’ebigatame, rilassiamo la schiena del nostro partner, ed eseguiamo questa semplice sequenza di azioni:

– lasciamo andare la gamba destra (che stiamo trattenendo col nostro braccio sinistro)
– lasciamo andare la gamba sinistra (che stiamo trattenendo col nostro braccio destro), facendo attenzione ad inserire la relativa caviglia sulla cavità poplitea dell’altra gamba (la prima che abbiamo rilassato)
– ci giriamo all’indietro, sollevando la caviglia destra del nostro partner per poi controllarla col nostro inguine destro
– possiamo concludere con una sottomissione, piegando all’indietro la testa del nostro compagno

Buona sperimentazione, ma soprattutto buon divertimento!


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Nage-waza e Shōtōkai: sempre insieme, eternamente divisi – Parte 1

Le tecniche di proiezione (投技 / nage-waza) rappresentano da sempre un importante tassello nella formazione di ogni karateka. Di per sé non costituiscono una forma principale di autodifesa, ma sono comunque una componente vitale che può affiancare e completare le tecniche ad impatto percussivo (atemi). Indipendentemente dallo stile di karate o dalla politica delle varie associazioni, le tecniche di proiezione dovrebbero comunque essere allenate un minimo, se non altro per approfondire e “gustarsi” meglio i propri kata.

Sono certo che qualcuno potrebbe obiettare e bofonchiare qualcosa del tipo “ma cosa stai dicendo?!? le proiezioni non fanno parte del karate!” oppure “è karate, mica judo!”
Per analizzare meglio la situazione, vorrei cominciare con una domanda chiara: per quale motivo in ambito Shōtōkai, da sempre una tra le più fedeli associazioni di karate in continuazione con Gichin Funakoshi, non si fa cenno alle tecniche di proiezione che il maestro ci ha lasciato nei suoi libretti tecnici? Capisco che la domanda possa sembrare imbarazzante, ma è davvero sincera e non vuole essere una critica irrispettosa. Tuttavia credo sia necessario porla ad alta voce, da allievo spero vivamente che giunga “ai piani alti” e confido che in un futuro vicino torneremo a praticare nel dōjō tutte e 10 le tecniche di proiezione che Sensei Funakoshi ci ha lasciato.

Nel karate esistono anche le tecniche di proiezione…Le tecniche di proiezione erano praticate ai miei tempi, e raccomando che vadano riconsiderate.” – Shigeru Egami, “The Heart of Karate-dō”, Kōdansha Editrice

Per il futuro, sarà opportuno dare maggiore attenzione alle tecniche di proiezione.” – Shigeru Egami, “La Via del Karate”, Luni Editrice

La storia recente

Iniziamo col dare un’occhiata a “Rentan Goshin Tōde-jutsu”, che Funakoshi pubblicò nel 1925 e che rappresenta un’edizione migliorata del suo “Ryūkyū Kenpō: Tōde” del 1922. In questi due libri Funakoshi descrive il karate che portò con sé direttamente da Okinawa, è quindi uno scorcio davvero interessante dell’antica pratica del karate (per come fu appresa da Funakoshi, non in termini generali) prima che venisse influenzata dalla “macchina da guerra” Giapponese.
Sfogliando “Rentan Goshin Tōde-jutsu”, ad un certo punto si arriva ad un capitoletto davvero interessante per la nostra indagine: 第七投技 / “Settimo: tecniche di proiezione”.

Rentan Goshin Tōde-jutsu, 1925. Parte 7: tecniche di proiezione.

“Al contrario del jujutsu, il karate può essere considerato un’arte ‘dura’, in cui non è fondamentale proiettare o atterrare un avversario; nondimeno, poiché la ‘durezza’ esiste in quanto esiste la ‘morbidezza’, combinare le due cose risulta senz’altro vantaggioso, e la loro istintiva fusione per adeguarsi alla forza di un avversario può dare risultati sorprendenti.”

Leggendo questa breve introduzione, è davvero istruttivo notare come Funakoshi collegasse sempre arte e spiritualità. La dualità durezza / morbidezza si rifà ovviamente a Yin / Yang e di riflesso si trasferisce sul connubio atemi / nage waza…meraviglioso. In “Rentan Goshin Tōde-jutsu” sono illustrate 6 tecniche di proiezione, interpretate da Funakoshi:

– 捻倒 / Nejidaoshi / “atterramento a torsione”
– 鎻環 / Kusariwa / “anello di catena”
– 谷落 / Tani otoshi / “caduta a valle”
– 槍玉 / Yaridama / “infilzare una palla”
– 頸環 / Kubiwa / “cerchio intorno al collo”
– 咽押 / Nodo osae / “pressione alla gola”

Ogni tecnica è descritta visivamente da una sola foto, e purtroppo anche la descrizione è scarna. Funakoshi porrà rimedio a questi piccoli inconvenienti nel suo libretto tecnico per eccellenza, “Karate-dō Kyōhan”. Nel sesto capitolo vengono introdotte le tecniche di proiezione:

“Il karare (mano vuota) può essere considerato un’arte marziale dura, mentre il judo è considerata un’arte marziale morbida. Tuttavia è ovvio che la durezza debba essere contenuta nella morbidezza, e la morbidezza dovrebbe essere contenuta nella durezza. In altre parole, per far si che la morbidezza sia completamente tale, è richiesta durezza, e per far si che la durezza diventi davvero tale, è richiesta morbidezza. Originariamente durezza e morbidezza erano un tuttuno. Questa è la ragione per cui il karate non consiste solamente di tecniche percussive (pugni, calci, spinte), ma anche di tecniche di proiezione e di manipolazione delle giunture articolari [Funakoshi usa il termine 逆手 / saka-te / gyaku-te]…ci sono diversi modi e varianti per eseguire le tecniche di proiezione e le tecniche di manipolazione articolare. Il punto è che il modo in cui si esegue una tecnica di proiezione dovrebbe cambiare a seconda dell’avversario.”

In “Karate-dō Kyōhan” Funakoshi presenta ben 9 tecniche di proiezione, alcune delle quali già presenti nel libro precedente ma con nomi (e kanji) differenti. Rimuove però Nodo-Osae (presente invece in “Rentan Goshin Tōde-jutsu”), cosìcché possiamo affermare che Funakoshi codificò per iscritto un totale di 10 nage-waza. Ecco l’elenco delle 9 tecniche di proiezione illustrate in “Karate-dō Kyōhan”, 1935:

– 屏風倒 / Byōbū daoshi / “capovolgere un paravento”
– 獨樂投 / Koma nage / “proiezione a trottola”
– 首環 / Kubiwa / “anello al collo”
– 片輪車 / Katawa guruma / “ruota deformata”
– 燕返 / Tsubamegaeshi / “rondine che ritorna”
– 槍玉 / Yaridama / “infilzare una palla”
– 谷落 / Taniotoshi / “cadere a valle”
– 腕環 / Udewa / “anello di braccia”
– 逆槌 / Sakatsuchi / “mazza inversa”

Nel suo ultimo libretto tecnico (Karate-dō Nyūmon, 1943), Funakoshi non include nessuna tecnica di proiezione, e nemmeno fa cenno a quelle già codificate nei libri precedenti. E’ il segno inequivocabile che i cambiamenti in seno allo Shōtōkan (il dōjō) stavano per prendere il sopravvento sul karate di Gichin Funakoshi.

La pratica

Dal punto di vista pratico, ogni tecnica di proiezione si compone di tre fasi didattiche:

– 崩し / Kuzushi: letteralmente significa “rompere” o “deformare la posizione” ed equivale alla fase di rottura dell’equilibrio dell’avversario; in poche parole lo sbilanciamento di quest’ultimo. Questa fase è particolarmente importante: è necessario rompere la posizione naturale dell’avversario prima di poterlo proiettare. Se l’avversario è in equilibrio (e magari pesa anche più di noi, o è più forte muscolarmente), difficilmente si riuscirà a proiettarlo.

– 作り / Tsukuri: letteralmente significa “adattare” o “adattarsi”, s’intende l’adattamento che viene effettuato da chi esegue la proiezione dopo avere spezzato l’equilibrio di chi la subisce

– 掛 / Kake: letteralmente significa “sospeso”, è l’atto stesso di proiettare l’avversario, ed è dunque l’applicazione della tecnica che conclude l’azione cominciata con il kuzushi e proseguita con lo tsukuri

Funakoshi, durante la spiegazione delle tecniche di proiezione, non si addentra nei particolari di queste tre fasi, bensì tende a sottolineare implicitamente un aspetto forse ancora più importante dal punto di vista pratico: non si proietta un avversario senza prima averlo colpito con una tecnica percussiva (in modo da causare uno shock inaspettato e rendere l’avversario vulnerabile). La sua disamina è in linea con il detto che “si colpisce per proiettare, si sbilancia per colpire”.
Daremo ora un’occhiata informale a due delle tecniche di proiezione che ci ha lasciato Funakoshi, la prima abbastanza semplice, la seconda (prevista per il prossimo articolo) un po’ più complessa. Ho scelto queste due nage-waza perché Funakoshi ci rivela esplicitamente che esse rappresentano l’applicazione (ōyō) di due movimenti appartenenti, rispettivamente, al kata Tekki Shodan e al kata Bassai Dai.

Koma nage (獨樂投 / “proiezione a trottola”)

Si tratta essenzialmente di un’applicazione del principio antico (macchina semplice) dell’asse della ruota.
Chi attacca (Funakoshi usa la parola 攻手 / seme-te, corrispondente al ruolo di Tori), esegue un attacco di pugno destro a livello chūdan; Uke riceve l’attacco con un ura-uke a mano aperta, indietreggiando col piede sinistro. Immediatamente Uke afferra con la mano destra il polso destro di Tori (quello che è stato bloccato) ed esegue due azioni preparatorie (assimilabili alla fase di Tsukuri):

– avanza col piede sinistro portandosi quasi dietro a Tori
– con la mano sinistra afferra la parte alta del braccio destro di Tori (a livello dei tendini del tricipite)

A questo punto Uke esegue due movimenti contemporanei (assimilabili alla fase di Kake):

– esegue un vigoroso hikite destro (prestando attenzione a torcere il più possibile il polso di Tori), accentuando la rotazione dell’anca (Funakoshi sottolinea per ben due volte di sfruttare il movimento di anca)
– torce in maniera solidale la parte alta del braccio di Tori

Se la tecnica è stata eseguita correttamente Tori dovrebbe rotolare a terra come una trottola (da cui il nome della tecnica). NB: per praticare questa proiezione in sicurezza, è bene che Tori sappia come cadere rotolando in avanti (mae ukemi).
Per quanto riguarda Uke, è importante sottolineare che il polso di Tori non deve mai essere lasciato (nemmeno dopo la proiezione a terra) bensì tenuto stretto al fianco: in questo modo Uke può chiudere lo scontro con una qualsiasi tecnica definitiva.
Solo ed esclusivamente in “Rentan Goshin Tōde-jutsu”, Funakoshi ci svela che questa tecnica di proiezione rappresenta un’applicazione del Tekki Shodan. Ma di quale preciso movimento? Funakoshi non lo dice, ma a me sembra il…kagi tsuki.

Rentan Goshin Tōde-jutsu, 1925. Funakoshi ci rivela che questa tecnica di proiezione è un’applicazione di Tekki Shodan.

Sempre in termini di tecniche di proiezione, nella prossima parte, parleremo (in realtà parlerà sempre Funakoshi) di Bassai Dai e…Wrestling. Li uniremo poi attraverso un pizzico di bunkai di Heian Sandan.

Luctoria: Nicolaes Petter, 1674

La proiezione appena descritta fa parte anche di un antico manuale di difesa personale, scritto da Nicolaes Petter e pubblicato due anni dopo la sua morte. Nicolaes Petter era un agiato commerciante di vini, ma è ricordato principalmente per essere un maestro di uno stile di difesa personale basato sulla lotta, chiamato Luctoria. I suoi allievi provenivano in gran parte dalle classi benestanti, e Nicolaes insegnava loro tecniche di lotta più “civilizzate” di quelle del comune wrestling. Il manuale è intitolato Klare Onderrichtinge der Voortreffelijke Worstel-Konst, che significa “Chiara istruzione nella magnifica arte della lotta”.
Nel sesto capitolo del manuale, si fa riferimento a una tecnica del tutto simile al Koma nage:

La prima presa è ad opera di F, che afferra G al torace; quindi G afferra F sotto i gomiti con la mano sinistra (fonte Wikipedia)

G colpisce la mano destra di F con la mano destra e lo torce finché F deve lasciar andare il petto di G. Il suo petto ora è libero, G gira completamente il braccio destro di F, mettendo la mano sinistra dietro il braccio di F, costringendo così F a cadere in avanti (fonte Wikipedia)


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I 15 kata dello Shōtōkai

Nato nel nel distretto di Yamakawa-Cho a Shuri (Okinawa) nel 1868, Gichin Funakoshi è da tutti riconosciuto come il padre del karate moderno (anche se in realtà, nel merito, questo accreditamento andrebbe conferito molto di più al suo maestro Itosu Ankō), e di certo è stata una delle figure chiave nella divulgazione del karate in Giappone.

Quando, da Okinawa, Funakoshi si trasferì a Tōkyō nel 1922, egli insegnava originariamente 15 kata (anche se è stato ipotizzato che probabilmente ne conoscesse di più); gli stessi 15 kata di allora, formano il curriculum ufficiale (o meglio il sistema stilistico) dello Shōtōkai: Heian Shodan, Heian Nidan, Heian Sandan, Heian Yondan, Heian Godan, Tekki Shodan, Tekki Nidan, Tekki Sandan, Bassai Dai, Kankū Dai, Hangetsu, Gankaku, Jūtte, Jion, Empi.

Dando un’occhiata al sistema stilistico dell’attuale scuola Shōtōkan (JKA), si può immediatamente notare come esso comprenda molti kata in più (quasi il doppio). Sicuramente essi sono stati introdotti col tempo (e da fonti diverse da Funakoshi), ciò che è certo è che Gichin Funakoshi portò con sé da Okinawa solo i 15 kata sopraelencati. Cerchiamo di indagare meglio.

Il 6 Maggio 1922 Funakoshi giunse a Tōkyō per effettuare una dimostrazione di karate, in occasione della prima esibizione di arti marziali organizzata dal Ministero dell’Educazione. L’idea di Funakoshi era quella di tornare ad Okinawa dopo pochi giorni, ma visto il grande successo della dimostrazione e spinto dalle richieste di avere maggiori informazioni riguardo la sua arte (il karate era ancora praticamente sconosciuto in Giappone), Funakoshi rimase a Tōkyō e scrisse (in un mese o poco più!) quella che sarà la prima opera sull’arte marziale di Okinawa, “Ryūkyū Kenpō: Tōde” / 琉球拳法 唐手. In questa sua prima opera elenca una serie di 32 kata che definisce come “comunemente praticati allora” (è interessante notare come i kata elencati provengono dalle aree di Shuri, Tomari e Naha):

Pinan 1-5 (平安 初五段)
Naihanchi 1-3 (ナイハンチ 初三段)
Passai dai, shō (パッサイ 大小)
Kōsōkun dai, shō (公相君 大小)
Gojūshiho (五十四歩)
Sēshan (セーシャン)
Chintou (チントウ)
Chintē (チンテー)
Jīn (ジーン)
Jitte (ジッテ)
Jion (ジオン)
Wānshu (汪輯)
Wandau (ワンダウ)
Rōhai (ローハイ)
Juumu (ジュウム)
Wandou (ワンドウ)
Sōchin (ソーチン)
Nijushi (二十四)
Sanjuroku (三十六)
Hyakureihachi (一百零八)
Wankuwan (ワンクワン)
Kokan (コカン)
Unshu (雲手)
Sanshintō (三進等)

Nello stesso libro, però, ne analizza solo 15 (dividendoli in Shorin e Shorei), esattamente quelli del curriculum Shōtōkai. Sfortunatamente nel 1923, il tragico terremoto di Kantō distrusse i “master” originali di “Ryukyu Kenpō: Tōde”, quindi Funakoshi tornò alla carica con una nuova pubblicazione, che vide la luce nel 1925 col titolo di “Rentan Goshin Tōde-jutsu” / 錬胆護身唐手術. Si tratta sostanzialmente di una riedizione migliorata del libro precedente, in cui il cambiamento più vistoso è dettato dall’uso di svariate foto in cui Funakoshi viene immortalato durante l’esecuzione delle tecniche e dei kata. Anche in questo libro, all’interno del paragrafo intitolato “Varie forme”, Funakoshi elenca gli stessi 32 kata riportati nel libro precedente, ma di nuovo ne analizza e ne spiega nel dettaglio solamente 15: guarda un po’, gli stessi dell’attuale sistema stilistico Shōtōkai. Nel dettaglio, il paragrafo in questione riporta il seguente testo:

Gli antichi maestri limitavano le forme approfondendole, mentre i praticanti moderni sono più versatili ma superficiali. Le forme comunemente praticate oggi sono il Pin’an in cinque fasi, Naihanchi in tre fasi, Passai, diviso in Dai e Sho, Kushanku, anch’esso diviso in Dai e Sho, e varie forme individuali come Gojushiho, Sehshan, Chinto, Chinteh, Ji-in, Jitte, Jion, Wanshu, Wandau, Rohai, Jiyumu, Wando, Sochin, Nijushi, Sanjuroku, Hyaku-rei-hachi, Wanku-un, Kohan, Unshu e Sanshinto“.

La dicitura “forme comunemente praticate oggi” chiarisce che Funakoshi conosceva al tempo i nomi delle forme elencate, ma non necessariamente che li praticasse tutti né che li conoscesse nel dettaglio (cioè le applicazioni pratiche).

L’elenco dei kata citati da Funakoshi nel suo “Rentan Goshin Tōde-jutsu” (1925)

Dieci anni dopo (1935), Funakoshi pubblica il suo libretto tecnico per eccellenza: “Karate-dō Kyōhan” / 空手道教範 . In questo libro l’elenco dei 32 kata sparisce, mentre la spiegazione dei 15 kata illustrati viene migliorata; inoltre i nomi degli stessi kata vengono cambiati per essere più conformi alla lingua (e cultura) Giapponese. Quindi sappiamo per certo, documenti scritti alla mano, che fino al 1935 Funakoshi (che aveva 67 anni) insegnava e aveva profonda conoscenza dei 15 kata dello Shōtōkai.

L’elenco dei kata analizzati da Funakoshi nel suo “Karate-dō Kyōhan” (1935)

L’elenco dei kata analizzati da Funakoshi nel suo “Karate-dō Kyōhan” (1935)

Qualcosa però cambiò con l’ultimo libretto tecnico che Funakoshi pubblicò nel 1943: “Karate-dō Nyūmon” / 空手道入門. Funakoshi scrisse che “in questo periodo allo Shōtōkan stiamo studiando ed esaminando i seguenti kata”, per poi riportare un elenco di forme in cui compaiono nomi fino ad allora sconosciuti in ambito Shōtōkan: Bassai shō, Kwanku shō, Meikyō, Hakkō, Kiun, Shōto, Shōin, Hōtaku, Shōkyō. Queste forme erano già state elencate nei libri del 1922 e 1925 (sotto nomi diversi, rispettivamente: Passai shō, Kōsōkun shō, Rōhai, Sōchin, Unshu, Wankuwan, Chintē, Gojūshiho, Jīn), ma non erano mai state spiegate ed analizzate. Quindi, quando Funakoshi scrive “in questo periodo allo Shōtōkan stiamo studiando ed esaminando i seguenti kata”, significa che queste forme non erano mai state praticate né insegnate fino ad allora nello Shōtōkan. Ma da dove provengono questi kata? Chi li ha portati nello Shōtōkan, e da quali fonti? Fino ad oggi diverse scuole come la JKA ed i suoi derivati non hanno mai esplicitato l’evoluzione del proprio sistema stilistico, evitando di fornire spiegazioni in merito a come i kata sopraelencati furono inclusi nel loro stile.

La risposta breve è che questi kata furono insegnati da Kenwa Mabuni (fondatore dello Shitō-ryū) ad alcuni allievi anziani di Funakoshi. Per una disamina più approfondita si può fare riferimento alle seguenti fonti:

– Randall G. Hassell, “Shōtōkan Karate: Its History and Evolution (1984)”. Nell’intervista a Sensei Masatoshi Nakayama, il maestro confessa che lui e Gigō Funakoshi si recarono da Kenwa Mabuni prima della seconda guerra mondiale per imparare buona parte dei kata “incriminati”.
– Damian Chambers, “Kenwa Mabuni the founder of Shōtōkan?“. Nell’intervista a Kenzo Mabuni (terzogenito di Kenwa Mabuni), il maestro afferma che Gichin Funakoshi, assieme a Masatoshi Nakayama e Isao Obata (due suoi allievi anziani), andò ad allenarsi nel dōjō di Kenwa Mabuni nel 1945.
– Il “Sistema Tecnico dello Shōtōkan-ryū” di Shinkin Gima (1986)

Ora, non c’è nulla di male se gli istruttori anziani Shōtōkan (JKA) andarono ad imparare nuovi kata da Kenwa Mabuni o li importarono da altre fonti, ma non capisco queste remore nel rivelarne l’esatta provienienza.
Per quanto mi riguarda, sono orgoglioso che il sistema stilistico Shōtōkai rappresenti una continuazione reale del sistema stilistico di Gichin Funakoshi (…si lo so che però i kata sono stati un po’ modificati, l’importante è prenderne coscienza e saper “leggere” le modifiche), proprio quello che O-Sensei portò da Okinawa esattamente 95 anni fa.

“Quindi, la prossima volta che vuoi chiedere al tuo maestro Shōtōkan delucidazioni riguardo l’origine dei kata Unsu, Gojushiho o Wankan (magari in preparazione di una gara)… BUONA FORTUNA.”

© 2017, Matteo Muratori. All rights reserved.


PS: ho concentrato la disamina solo verso i kata classici/antichi (koryu-gata), lasciando volutamente da parte i kata Taikyoku, Ten No kata, Chi No kata e Gin No kata che meriterebbero una disamina a parte.